L’ Equilibrio sta alla base dell’Opera – R.A.

È il senso dell’equilibrio il primo elemento che salta agli occhi guardando distrattamente il dipinto di Nicolas de Losques intitolato Les rudiments de la Philosophie (Parigi 1665).

Poi a uno sguardo più attento l’opera ci incuriosisce e ci costringe a considerare i vari elementi, il loro singolare posizionamento; infine l’intuito, veloce come una saetta, esplode luminoso in un “wow!”, luce che sprizza dagli occhi, per essere riusciti a “vedere” ciò che l’opera nasconde: l’ALBERO della VITA!!!

Secondo Dion Fortune “esso (l’Albero) è un glifo, vale a dire un simbolo composito, che mira a rappresentare il cosmo nella sua interezza e l’anima dell’uomo in correlazione con esso”.

La scrittura intuitiva – C.M.

La scrittura intuitiva e l’ispirazione ermetica

di C.M.

Spiegare l’intuizione ermetica in poche righe non è semplice. Come si manifesta? Semplicemente accade di ritrovarsi in contatto con una parte di sé che esprime pensieri di ordine diverso dai soliti meccanismi mentali, e mentre si cerca di trascriverli o si ascoltano si ha la chiara impressione di esserne partecipi ed estranei.

Un fenomeno medianico? Certamente no. Vi è sempre consapevolezza su ciò che accade. L’Ermetista che si lascia guidare dalla fluenza dei pensieri segue semplicemente il corso del fiume, lasciandosi trasportare, tirando i remi e seguendo la via che lentamente lo porta a sottili percezioni, a vibranti parole che acquisteranno il reale senso solo nel momento in cui sono rilette.

Non sempre ciò è altamente lirico e ispirato, dipende dalla conformazione dell’Uomo Storico che può esprimersi in maniera espositiva, dialogica, poetica, artistica o semplicemente dando delle istruzioni.

Senz’altro l’espressione poetica, il fervore lirico che a volte assume il predominio sul razionale controllo è un fenomeno particolarmente affascinante. Soprattutto se ciò accade a persone che per la loro conformazione non sono vicine a quel mondo che all’improvviso spalanca le sue porte, riportando a galla vibranti espressioni contenute nella propria storia animica.

Le condizioni di purificazione sono senz’altro dei fattori corroboranti il fenomeno, più l’uomo tende se stesso verso elevati ideali di spiritualità e saggezza, più incentra la propria vita sulla volontà di trasformazione, più si apre all’Amore dell’Anima, maggiori saranno le occasioni in cui l’ispirazione guiderà i suoi giorni regalando doni intrisi di lirismo e poesia.

Come dice Mario Krejis, l’Ermete ha il colore dei pensieri umani e l’essenza di un Dio. E’ il Nume che si manifesta all’Uomo con un linguaggio che l’uomo stesso interpreta secondo la propria cultura e inclinazione e delle proprie doti di traduttore. Un linguaggio che può essere fatto di simboli, di figure, di suoni, di parole che sembrano sorgere da se stessi o percepiti in un guizzante istante, rubate a dimensioni nascoste.

L’uomo, partecipe e nello stesso tempo spettatore del fenomeno, vibra fortemente mentre la sua consapevolezza si espande e coglie in messaggi che stenta a decodificare, i codici di altri campi intellettivi, che sono la rappresentazione delle sue più alte ispirazioni.

Nel momento dell’identificazione, esse rimangono impresse come impronte, come resti dell’esperienza che a stento si riesce ad arginare. Lasciandosi andare a ciò che lentamente emerge dalla propria interiorità, l’Ermetista non si sforza più di servire il filo logico dei suoi pensieri e spesso non ricorda nemmeno più l’idea iniziale che l’aveva portato a scrivere o a esprimersi.

L’ispirazione avvolge l’atmosfera in frasi e ricordi che sembrano alla fine incastonarsi in un magico disegno finale. Rileggendosi ricollega i concetti a ciò che dentro di sé giace, nello stesso tempo si stupisce delle parole spesso sorte come fiori improvvisi, provenienti da stati di difficile identificazione.

L’arte in generale e la poesia in particolare sono espressioni esemplari di questo fenomeno, che si manifesta non solo in chi percorre la strada ermetica, ma anche negli uomini dotati di una certa sensibilità che vivono la cosiddetta genialità o estro in maniera inconsapevole, sentendo il contatto con essa come un avvenimento particolare “un mutamento dal solito stato” che li accende di un potente entusiasmo facendo spesso da contrasto con la vita familiare e sociale.

Tuttavia negli uomini comuni, per quanto artisti o dotati di particolari qualità di ingegno, il fenomeno può provocare spesso un disagio e uno squilibrio con la propria personalità che li induce ad allontanarsi dall’iniziale e fanciullesco entusiasmo e a condurre (esaltati dalle lusinghe dell’Ego) una vita all’insegna dell’insoddisfazione e della depressione, alla ricerca di un’ispirazione che può avvenire invece solo in condizioni di equilibrio e tranquillità emotiva.

Chi si dedica agli studi ermetici conosce invece profondamente il fenomeno, che non è sempre uguale, non tutti gli Ermetisti sono geni, pittori, poeti, grandi scrittori. Semplicemente l’Ermete può manifestarsi in immediate intuizioni (il presentarsi in maniera diretta della soluzione di un problema assillante) o in episodi di sincronicità o in sogni significativi.

La Poesia Ermetica si manifesta come emergenza dello spirito, afflato vitale che permea il mondo sublunare dell’inconscio e ne proietta i messaggi che diretti toccano le corde vibratorie dell’iniziato rivelando brandelli di sé in riverberi antichi e ricordi affioranti, o come bellissima fanciulla che reca nelle sue mani le gemme di superiori intuizioni e rivela conoscenze rapite agli Dei o a diversi stati di coscienza facendone dono alla sua fertile mente.

Lampi, guizzi di verità che accendono nella nebbia dell’abisso interiore nuovi barlumi di speranza e di amore. Altro non saprei dire, è un comporre e un ascoltarsi, è armonicamente accompagnare ciò che dai pensieri esala come una melodia che magicamente emerge da se stessa.

Il termine più esatto per definire il fenomeno è scrittura intuitiva, che può essere dettata da particolari condizioni legate a emozioni intense o da stati dell’essere suscitati da una particolare lettura, che riconduce i pensieri verso concetti che si riconoscono come veri, già presenti, o dall’ascolto di una particolare musica che determina lo sciogliersi di particolari nodi emozionali e riporta la sensibilità, il lunare, verso un punto di apertura ed esaltazione poetica; o semplicemente la contemplazione di un paesaggio, di una persona che si ama o un pensiero elevato verso Dio.

Allora lentamente prevalgono pensieri di maggiore leggerezza, la saggezza si manifesta in frasi di apparente semplicità, la bellezza riluce attraverso versi che danzano come caroselli di gioia.

Pensieri di natura elevata dettati da ciò che gli antichi chiamavano furor inteso come creatività poetica, presenza divina, che fa pensare quasi a uno stato alterato della coscienza e che essenzialmente, nell’iniziato in cui l’Ermete si manifesta in espressioni di carattere lirico, trova sfogo in immagini simboliche che adducono e indicano dei percorsi, dei consigli, delle strade da seguire.

Tuttavia il processo avviene in maniera spontanea, scevro da ogni esaltazione psicologica. Semplicemente ponendosi in ascolto e posto in risonanza dalle pratiche di purificazione e dall’influenza positiva del gruppo, l’Ermetista lascia fluire in sé i messaggi del proprio Uomo Storico, succo ed essenza della propria Anima che suggerisce, consiglia e regala alla sua parte ancora divisa le gemme o le pietre aguzze della sua Verità e del suo volere.

Spesso i messaggi si riferiscono ad antiche credenze o a conoscenze appartenenti alla Tradizione Antica. Ciò ha una sua spiegazione. Raggiunto un certo grado di purificazione, l’iniziato entra in contatto con un Campo astrale (o inconscio collettivo legato all’Ermetismo) associato alla particolare Tradizione di cui fa parte e attinge le idee e i contenuti simbolici creati dai grandi iniziati del passato, dalle religioni antiche, dalle Intelligenze che in esso pullulano alle quali si avvicina filtrandone i segnali con una percezione che diviene man mano più chiara.

Il linguaggio poetico e lirico è senz’altro un modo per tradurre esperienze e pensieri che superano il normale stato di essere, difficili da rendere nella limitata sfera della logica e della razionalità. Inoltre esse attraverso l’uso d’immagini e metafore, fissano il loro contenuto di semina occulta e si depositano dando luogo a successive intuizioni che maturano attraverso la rilettura e la meditazione su di esse.

I componimenti che seguono nascono da attimi d’ispirazione, non intendono assolutamente essere esempio di espressioni dell’Ermete loquente e manifestativo, ma solo descrizioni di stati particolari che tendono ad esso. Spero sia riuscita a colorarne le fuggevoli sfumature.

 


DEJA’ VU

Certi attimi sembrano fermare il tempo, certi stati interiori ricordano immagini e momenti vissuti che spontaneamente sono ricollegabili, come dei dejà vu, delle epifanie che sembrano venire da un tempo lontano.

Allora siamo testimoni di noi stessi, spettatori e protagonisti, ciò che viviamo lascia in bocca un sapore già sperimentato. Rimane il senso di una profonda nostalgia … verso chi e che cosa? È un ritrovarsi dentro se stessi, oltre il limite dell’essere che si espande fra tempo e spazio.

Ciò che segue è uno stato non paragonabile ai soliti meccanismi mentali, è lontano da qualsiasi schema visibile e catalogabile. Le parole si tingono di una dimensione quasi onirica, senza possibilità di analisi investigativa, ciò che realmente ci scuote è la presa di coscienza di uno stato fuori dall’ordinario che ci ricorda le possibilità infinite della nostra natura, di movimenti che interessano il nostro Ibis, corpo mobile e sensibilissimo dotato d’infinita memoria che emerge in immagini di stati vissuti.

Sospeso… come un velo che volteggia dall’alto
in sinuose onde che vibrano al suono del silenzio.
Atmosfera rarefatta, di crepuscolo.
Profumo di lavanda proviene dalla semichiusa finestra.
E mi espando nel ricordo di un attimo che s’insinua
come fuori da ogni mio tempo.
Il mio pensiero si fonde con la trasparenza di un
tessuto che cade rivestendo il suolo senza coprirlo.
Nel fondo del silenzio rimonta e riluce di adamantino
fulgore colorato dalle stelle che improvvisamente
cadono dal cielo divenuto manifesto nella sua
espressione.

 


CICLICA TRASFORMAZIONE

E’ la danza degli elementi che mutano forma e sostanza in un processo foriero d’incessanti cambiamenti. Immagini pregnanti che sussurrano al cuore simboli e passaggi. Involuto, s’insinua il linguaggio dell’Anima, che suggerisce e invita a una comprensione oltre la mente.

I concetti s’intrecciano in un movimento che ricorda il ciclo dei mutamenti degli elementi, ciclo di accrescimento e distruzione; dalla nascita (simbolo di fioritura, della generazione primaverile) al calore intrinseco, stato di Amore che accende il Fuoco e purifica, riscalda o brucia se eccessivo e divampante.

Nuovamente cenere diviene Terra, nel buio e freddo terreno della conservazione e dell’attesa, legata all’intimo prodotto della sofferenza e del dolore, succo che attrae il nutrimento del seme purificato che rinasce a se stesso.

Ciò che rimane, nell’atto estremo del passaggio al nuovo stato è immutabile nella sostanza, foriero di ulteriore fioritura o immobile nell’attesa del giusto tempo.

Nella rigenerazione della forma
Sei calore che accende
e alimenta il Fuoco
Forza ignea che riscalda e vivifica
purificante e inflessibile.
Nella cenere che sorge come intimo prodotto
riconduci la sostanza in Terra succosa
di essenze cristallizzate che si nascondono
nel fulcro del loro segreto involucro.
Il volatile trasformato in fisso.
E nel passaggio estremo dall’etere alla materia
l’atto creativo si compenetra nel pregnante nutrimento
del sacro fuoco che produce le pagliuzze d’oro.
Pulsano e riconducono a un nuovo equilibrio,
illusoria sembianza di un traguardo temporaneo.
Solo parziali assemblaggi di una sempre più vicina unità.
E nella nuova fusione l’oro ridiventa acqua che si
rifonde in Vita irrorando di linfa le braccia ramose
dell’Albero ricolmo di germogli fioriti.

 


SILENZIO INTERIORE

Vi è un luogo così intimo e personale che descriverlo è come profanarlo, una zona del nostro essere dove ogni pensiero si annulla, ogni emozione si tinge di eternità confondendosi nell’estremo groviglio degli stati inconsci, lì, diviene possibile lasciare andare ogni maschera, deporre ai piedi dell’Io ogni apparenza e dolcemente scivolare dal mondo delle illusioni, degli specchi mentali, alla dimensione dell’infinito carosello delle possibilità dell’Anima che spesso si palesa in semplici e diretti stati d’Amore.

Ciò che s’intravede è confuso da ombre apparenti, che proiettano segnali di ciò che è nascosto a semi ciechi occhi. E la vista pulsa in visioni istantanee e fuggenti fin quando ti arrendi al loro fuorviante richiamo.

L’attesa diviene arrendevolezza, consapevole accettazione del proprio limite e certezza dell’Oltre. Il Viaggio riprende sulle ali d’illusioni cadute e il coraggio indomito verso l’ignoto che in noi si appalesa.

Terra di silenzio
Terra di confine
fra il mio e il suo anelito che incombe e cresce
Ritorno all’ovile sperduto e solo
nel grembo della tua carne ormai consunta
Cielo del baluginante fuoco
sacro e potente
E la nudità assoluta di un essere antico
ritempra la vita che risale
E l’oblio offusca ogni stucchevole ricordo.
Nell’ombra è caduta la nebbia
si è diradata in un paesaggio assolato.
E ricomincia la danza
nell’energia primigenia di un giorno nuovo
E cammino
ormai solo, nel silenzio
frutto del proibito seme
ascia che colpisce ogni illusorio vagito
seguo le mie stesse ombre
lungo i pendii scoscesi della scalata eterna

 


ABBANDONO

Nel Silenzio inizia il mio viaggio.
E nell’ovattato spazio che mi circonda, la vista annebbiata riposa.
Ricordi e immagini,
pensieri che s’insinuano striscianti nel sottoscala della mente assopita,
fulminei e colorati incidono nelle pareti opache le loro fatiscenti parole.
Da tempo osservo la loro fugace apparenza e il segno tangibile e fisso mi invita a oltrepassare.
Il bagaglio è accanto ai miei piedi, poche e sostanziali riserve poste disordinatamente nelle cavità di una borsa consunta
Non esito, sono pronto.
Il ponte di luce mi indica la strada, esso si inerpica attraverso tortuosi sentieri irti di spinose ortiche.
Solo e con un cuore pulsante proseguo.
Il vento mi sospinge indietro, i lampi scaricano la loro potenza di cielo sul mio capo bagnato.
Eccomi completo e nudo al tuo cospetto, Signore dell’Oltre!
Un tempo ho veleggiato con la mia barca, credendo di trovarti tra i flutti della mia irreale esistenza.
Ora in un ultimo spasimo offro ciò che di me rimane, sciogli ogni nodo e mostrami il reale volto di ciò che sono.
Due lacrime sole… dagli occhi ormai vitrei racchiudono l’essenza di ciò che ero.
In esse scorre ciò che rimane di una vita racchiusa in un sogno.

C.M.

Dialogo sull’Ermetismo Partenopeo – E.C.

di E.C.

Personaggi:
Netjerikhet
Sibilla Cumana
Sibilla Delfica
Polifemo
Luna
Pozzo

In una calda notte d’estate la Luna si rispecchiava in un Pozzo, tutto era silenzio, tutto era fermo. Solleone aveva celebrato la sua Agape e la natura riposava.

Luna

Pozzo: Luna ogni anno passi su di me e ti rispecchi in me, ma non parli mai.

Luna: oh Pozzo, quest’anno ho visto cose nuove. Oh Pozzo, quest’anno ho un racconto per te.

Pozzo: narra allora, Luna!

Luna: in un campo vicino a Pompei c’erano due Sibille e Polifemo che passavano il loro tempo in lazzi e scherzi, poi comparve un uomo con un mantello sulle spalle, appoggiato al suo bastone e con un cane che gli mordeva la gamba. Netjerikhet egli era. Veniva dall’Egitto e parlò.

Netjerikhet: salve a tutti, vengo nella vostra bella Enotria da Ta Meri.

Sibilla Cumana: ciao Netjerikhet, perché sei venuto qui?

Netjerikhet: in Ta Meri gli Dèi si sono destati ed io qui sono alla ricerca dei discendenti di Mamo Rosar Amru, sacerdote di Iside che qui conobbe l’Amore.

Sibilla Cumana: ha amato ed è tornato, dopo la vendetta della Dea, cominciò la sua vendetta e conobbe il Suo amore.

Polifemo: linguaggio oscuro, linguaggio da Sibilla. Fatti non parole!

Sibilla Delfica: oh Polifemo l’unico occhio ti impedisce di vedere.

Polifemo: cosa devo vedere? Miti, leggende di tanti secoli fa.

Netjerikhet: non si tratta di leggende. L’antica sapienza Egizia è emigrata e giunta nella vostra bella terra, la terra del vino e dell’olivo, la terra del grano e qui è rimasta nascosta e ogni tanto emerge, ribolle al di fuori della lava del Vesuvio: Giordano, Raimondo, Alessandro, Giuliano, Mario.

Polifemo: e mo’ che c’entra sto’ Mario, ma chi è?

Sibilla Delfica: anche lui, come gli altri, è stato amante di Partenope. Anche lui come gli altri ha bevuto l’acqua del Sebeto.

Sibilla Cumana: Sebeto, fiume sacro e nascosto, il nostro Nilo.

Polifemo: vuoi dire che l’Egitto si è trasferito sulle rive del vostro bel golfo? Sulle rive del vostro bel mare, dove Partenope morì?

Sibilla Cumana: si! Dove Virgilio nascose l’Uovo!

Netjerikhet: si! Dove Mamo approdò!

Sibilla Cumana: tutto passa da qui, tutto qui si compie.

Polifemo: parole velate le vostre.

Sibilla Delfica: Polifemo, l’unico occhio ti fa cieco, l’unico occhio non ti fa vedere.

Polifemo: cosa dovrei vedere?

Netjerikhet: la cosa più semplice: lavoro di donna e gioco di bambini.

Polifemo: continuate con gli enigmi!

Sibilla Delfica: non sono enigmi Polifemo dall’unico occhio che vivi sul monte del fuoco. Tanti hanno celato il vero in enigmi e segreti per ingannare gli uomini con uno o due occhi. Per il loro potere sulle menti. Ma l’uomo che ha il terzo occhio vede e sorride sapendo che vita dopo vita tutti giungeranno alla propria meta.

Polifemo: ma tu Netjerikhet perché sei giunto nella terra del vino?

Netjerikhet: Giordano, Raimondo, Alessandro, Giuliano li ho conosciuti tutti. In epoche diverse hanno portato il messaggio dell’Egitto ai loro contemporanei, adattandolo e rendendolo accessibile alle loro menti. Ora c’è Mario, vorrei conoscerlo, parlare con lui per sentir da lui parole sul Nuovo Ermetismo. Vorrei sentire parole nuove, per l’uomo del III millennio. Vorrei sentire che gli Dèi dell’Egitto sono ancora qui, nella vostra bella Enotria.

Polifemo: ma tu chi sei? Che porti parole tanto antiche, che porti la rimembranza dei tempi antichi, dei tempi della Sfinge?

Netjerikhet: fui Re e fui Sacerdote. Horus abbracciava la mia testa con le Sue ali e l’Ureo era sulla mia fronte, calpestavo i Nove Archi e manifestavo Maat. Toro di mia madre. Ora sono qui!

Sibilla Cumana: ora sei qui Grande Faraone! Il Tuo Ka è potente! Il Tuo Ba vola sulle nostre teste! Il Tuo Akh ci abbaglia! L’Ureo sulla Tua fronte sputa fiamme suoi Tuoi nemici, sui nostri nemici! Tu ci difendi!

Sibilla Delfica: ora sei qui Grande Faraone! Figlio di Ra, Amon ti generò! Tu sei il timoniere di Mandjet, il timoniere di Seketet! Tu sei il timoniere delle Maaty!

Polifemo: tu Faraone potente conosci dunque l’Arcano degli Arcani?

Netjerikhet: Arcano? Arcani? Parole al vento per ingannar gli sciocchi. C’è un solo Arcano: l’Uomo e quel che porta dentro la sua dura cervice, che si prolunga fino alla Radice dove si distilla il Nettare della Dea per poi risalire per le Divine Nozze.

Grande sei Tu,
oh Dea dai mille nomi,
con seni prorompenti,
le caviglie cerchiate d’oro
e le unghie di rosso carminio.
Amorevole madre,
tremenda vendicatrice.
Figlia di Ra,
padrona del Tutto,
Anima del Mondo.

Polifemo (improvvisamente gettandosi a terra): ah! Non accecare il mio unico occhio con la sfolgorante potenza della Dea; misero essere io sono, verme della terra, obbrobrio degli uomini. Pietà, ché non son servo dell’Avversario!

Netjerikhet: sì, ti perdono, ché non sai di cosa parli, ché non odi la voce; ma riprendiamo il mio primitivo discorso: ho saputo che dall’Apula terra un messaggio è giunto nella terra della Sirena che ha riaperto le chiuse del Sebeto e il Sacro fiume di Partenope, pian piano, riprende il suo corso segreto. Tanti scogli e ostacoli ne impediscono il fluire, si noman eredi di grandi Uomini, si noman possessori dell’Arcana Sapienza, legan con catene chi in loro crede, diffondon oscurità e morte. Ma il Sacro fiume ridestatosi, quasi Nergal rinveniente, con le sue acque scaccia le tenebre dell’oscurità e della morte, i fantasmi passionali della mente; e Ra torna all’apice del Suo corso per inondare tutto di Luce.

Luna quella notte fermò il suo corso continuando a specchiarsi nel Pozzo, gli alberi fermarono le loro foglie, gli uccelli le loro ali. Un lupo da lontano rivolse i suoi occhi scintillanti verso il Pozzo.

Pozzo: che bel racconto Luna. Sotto di te si sono incontrati dei Numi e le favole antiche diventano realtà. Beata la terra che fu calpestata dai Numi!

Una dolce Ondina nel canneto piangeva le calde lacrime dell’amore.
Luna riprese il suo narrare.

Sibilla Cumana: ora a Partenope si parla di Largo e Piazzetta, di Accademie rinate, ma la luce non brilla, il Nume non parla.

Sibilla Delfica: altrove è il Nume, ben ha detto Netjerikhet. In Partenope ci sono; sono ancor bambini, ma già poppano ai seni della Dea e presto saran maturi. Una nuova alba illuminerà il cielo di Partenope.

Netjerikhet: a loro un Libro è stato donato, ne facciano uso per la salute di chi chiede. In Esso la Vita è racchiusa, la Forza della Guarigione per anime e corpi da Esso prorompe. Così i Novelli Ermetisti adempieranno la loro missione!

E.C.

I canti di Iside e Nefti – G.D.

di G.D.

Fin dalla più alta antichità il dramma della passione di Osiride fu legato inseparabilmente al suo culto.

A Philae, il culto di Osiride ed Iside e la celebrazione dei loro Misteri durò fino al 380 d.C. quando l’imperatore di Bisanzio, Teodosio I, abolì tutti i riti pagani proclamando il cristianesimo quale religione ufficiale e obbligatoria dell’impero romano. Fu così che gli dei lasciarono la terra d’Egitto, come Ermete Trismegisto aveva predetto a suo figlio Asclepio: “… ci sarà un tempo in cui si vedrà che inutilmente gli Egiziani hanno onorato i loro dei con mente devota e con zelante reverenza… O Egitto, Egitto, dei tuoi culti solo i miti sopravvivranno, ed essi non saranno creduti dai tuoi figli! Solo alcune parole incise sulla pietra resisteranno per raccontare le tue opere di devozione…”[1]

Questa ammirevole longevità lascia capire come fosse possibile che i templi in cui si celebravano i Misteri fossero innumerevoli. Secondo Epifanio di Salamina (320-403 d.C.), al suo tempo si celebravano i Misteri nelle città di Memphis, Heliopolis, Sais, Peluse, Boubastis e Abydos.

Gli egiziani avevano fatto della leggenda osiriana un dramma sacro e spettacolare, eseguito dai sacerdoti, dalle sacerdotesse e dagli iniziati che interpretavano il ruolo del dio e dei suoi familiari; dramma che per gran parte si svolgeva in pubblico con la partecipazione del popolo, durante le cosiddette feste panegiriche d’Osiride.

In conclusione non so nulla – A.C.

In conclusione so che non so nulla…e quel poco che so…l’ho appena appreso.

di A.C.

Cara amica, rispondo volentieri alla tua lettera con sentimento aperto e sincero. Leggo con piacere che le tue domande anelano a risposte concrete e che provengono da un animo sincero, portandosi un desiderio profondo di chiarezza. Questa tua apertura, se così si vuol chiamare questo stato d’animo improvviso e nuovo, offre un’opportunità più a me che a te di specchiare i miei sentimenti su dei pensieri non solo riflessivi. Spesso, quando si parla a qualcuno, difficilmente si è ascoltati, poiché si tende più a trovare nelle parole degli altri ciò che si presume di sapere già o che i propri pensieri coincidano con quelli altrui perché esatti a priori. Un giochino della mente bugiarda, che come Narciso si specchia su se stessa e se ne compiace. Dunque, mi chiedi cos’è un maestro e poi aggiungi perché è necessario? Maestro è colui che sa. Questo sapere è figlio di un’anima antica, un’anima che ha trascorso tanto di quel tempo sulla terra forse da imparare da sé il senso della vita. Non mi è facile parlare di quanto asserito, poiché un maestro non ha bisogno di dare spiegazioni, perché: egli stesso è la spiegazione, la testimonianza del sapere. Sarei presuntuoso se parlassi come un maestro e sarei un bugiardo se facessi finta di non saperlo. Immagina se un uomo bussasse alla porta di casa tua dicendoti: eccomi qua, sono il tuo maestro. Già so qual è la tua risposta.

Un maestro non ha abiti particolari, non è di certo ciò che noi pensiamo possa essere. Egli è semplicemente tale. Il rapporto con lui è come quegli innamoramenti adolescenziali in cui soltanto chi ama sa di esserlo. Ognuno di noi ha un maestro che non sa di esserlo. Trovando il maestro troviamo il nostro e non ci sarà alcuna differenza.

La mia è un’esperienza limitata, essendo impegnato a dimenticare i fasti di un passato poco felice e a combattere ogni giorno il nemico che c’è in me. Ma io questo nemico non devo farlo diventare un amico, altrimenti alleandomi con lui farei il suo gioco e combattendolo sempre aspramente aumenterei il mio dissidio interiore, facendo di me un uomo pazzo. Pertanto, posso dirti che la prima cosa da fare è imparare a osservare. Acquisire quel distacco dai propri sensi volubili da permettere di vedere quei fenomeni endogeni che spesso sfuggono al controllo, essendo la mente umana portata a identificarsi con essi.

All’inizio, quando si ha la fortuna di conoscere un maestro Vero, i suoi sono dei consigli piuttosto che delle raccomandazioni o prediche e, a differenza di un amico che offre i suoi, egli compie una specie di semina interiore. Preciso che Egli lo fa senza sforzo alcuno e senza violenza alcuna, essendo naturalmente congeniali al discepolo. Tali sono prodromi, ossia dei principi antichi in cui l’uomo sensibile riconosce la sua esperienza passata e l’origine del suo cammino nella vita. So che potrà apparirti fantasiosa tale definizione o tutt’al più come vaneggiamento mistico.

E’ un problema congetturale se si vuol venirne a capo, poiché questa affermazione proviene da una mia ispirazione lirica, da quel sognare l’infinito pensandolo come finito, un tutt’uno, un uni-verso.

E’ un po’ come la coscienza comune all’uomo, basti ricordare il grillo parlante nella fiaba di Pinocchio. Quella vocina che ci sussurra delle cose spesso poco piacevoli quando commettiamo degli errori volontariamente.

Questa coscienza prende sovranità quando il senso critico aumenta nelle occasioni d’incertezza, seguendo una linea che non appare definita all’inizio del cammino Ermetico. Soltanto dopo un certo periodo di travaglio tale separazione appare sempre più netta, offrendoci una visione chiara del misterioso senso delle cose. Semplicemente perché la nostra visione delle cose è filtrata dai luoghi comuni con cui siamo abituati a vederle e dalla nostra confusione interiore. Il mondo appare diverso, ma non perché esso lo è, soltanto perché vediamo adesso le cose come sono e non come ci hanno insegnato a vederle. Cominciare ad aborrire ogni retorica di sé stessi, ogni riferimento al passato diventa un bagaglio di nozioni che non ci permette di volare. Riacquistare quel senso di libertà che senza ogni indugio è ovunque, soprattutto nella prigione del proprio Io.

Ma questo dono non può avvenire se il discepolo non sia disposto a lasciare che questi semi siano interrati. Soltanto un vero dolore interiore, quasi traumatico, pone le basi per la via dell’amore, quel dolore che lacera e che lascia un senso d’impotenza inarrestabile.

Il perché di tutto questo risiede nel semplice meccanismo della mente, la quale, per sua natura, non è disposta a cedere. Strutturalmente e biologicamente ella costituisce un essere vivente, come tale è vorace di conoscenza. Questa conoscenza metabolizza le informazioni, ma più informazioni vogliono dire più conoscenza? Conoscenza è coscienza?

Sic et non…

Perché un maestro? Un maestro è necessario per capire cos’è l’amore, essendo noi inconsapevoli di questo stato non riusciamo che a lambire le orbite che ruotano attorno al sole, pensando che esse stesse siano il centro. La terra interiore di ogni uomo varia da soggetto a soggetto, in alcuni è molliccia, fangosa, in altri è arida. In alcuni è più ricca di minerali e idonea alla semina ma essendo piena di pietre il lavoro dell’agricoltore sarà quello dello spietramento.

L’agricoltore sa lavorarla, deviando l’acqua della palude in quello fangoso, mentre in quello arido fa affluire l’acqua per disseccarla e così via. L’uomo che non sa lavorare la terra come potrà pretendere di ricevere dei frutti da essa? Così, giorno dopo giorno, l’apprendista osserva e impara dal bravo e anziano contadino i tempi delle stagioni per arare e poi seminare, attendendo con pazienza che la natura faccia il suo corso. Potranno capitare stagioni pessime, in cui il raccolto andrà a male per la troppa pioggia, oppure stagioni felici in cui il raccolto sarà abbondante, ma quello che il buon apprendista dovrà sapere è di aver pazienza e perseveranza, perché prima o poi il creatore sarà generoso con lui. Egli pregherà e ringrazierà Dio per i suoi doni, ma lo farà anche quando tutto sarà perduto, poiché anche da questo l’uomo imparerà il senso della sofferenza e dalla sofferenza l’amore.

Durante il corso del tempo s’impara ad imparare, come sapere di ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, essendo l’esperienza un dettaglio fondamentale. In ogni uomo esistono dei luoghi in cui è nascosta una frase, una nota, un colore, che illuminano il cielo della mente facendola sentire un bambino sperduto nell’infinito in cerca di un sé. Esistono dei pensieri profondi seminati in fondo al terriccio abbandonato di un cortile nello stabile del cuore che va abbeverato, il cuore pensa più dei pensieri stessi della propria mente.

S’impara a vibrare pensando al silenzio dell’Anima rinchiusa nel cassetto di un mobile ammuffito. S’impara ad emozionarsi quando si capisce la bellezza senza alcun riferimento. S’impara a dimenticare le offese subite per non lasciarsi dietro un bagaglio d’incertezze. S’impara ad ascoltare la bellezza delle note anche quando il frastuono fa capolino. S’impara ad amare anche quando la seduzione tenta di avvinghiarci con le sue prensili mani per farci vivere l’atto d’amore come le bestie. S’impara ad assaporare l’aria pulita di montagna anche quando si è vicini alla fogna con le sue esalazioni fetide.

Chi siamo dunque?

Noi siamo ciò che siamo, ossia, tutto ciò che la vita sociale ci ha ordinato di essere?

Sognare di esser liberi non conoscendo cosa sia la libertà?

La libertà non esiste, poiché non esiste alcuna prigione in questo mondo di illusioni.

A.C.