Archivia per febbraio, 2015

Note sulla morte – Mario Krejis

Premessa alla liturgia dei defunti

di Mario Krejis

il Ba ritorna al Ka

La morte non esiste

L’anima, ossia l’Uomo Interiore, sopravvive sempre.

Vorrei però che il lettore riflettesse che Anima è parola grossa, che comprende variabili accezioni, che nel loro significato più intelligente si riferiscono più che altro all’Anima Storica.

Anima Storica è sinonimo di Nucleo Essenziale, spersonalizzato nell’ordinarietà dei casi, quindi privato dei significati più nobili della coscienza luminosa e della volontà.

Si sottraggono a tale regola i Reincarnati, che possiedono variamente integra una loro Coscienza Seconda, che si estende nello spettro di molteplici possibilità: dalla relativa incoscienza, alla consapevolezza luminosa dei Mondi Superiori. 

Dopo la morte l’anima, nel suo semplice significato di Corpo Lunare, esteriorizzazione della sensibilità somatica e neuro-psichica del defunto (contenente quindi l’Uomo Storico) resta nel corpo; o è parzialmente legata al corpo da un sottile ma persistente legame fluidico.

In tali condizioni essa è ancora partecipe del mondo terreno, avendo sensibilità attenuata dell’ambiente, sia pure con impossibilità di espressione diretta: percepisce suoni, forme, voci e luci con coscienza parzialmente obnubilata e ricordo automatico del passato.

Al contempo il Corpo Lunare del defunto è consapevole del Mondo Astrale, ricevendo suggestioni, visioni e influenze che alterano la sua antica percezione, sprofondandola in una dimensione onirica (dimensione lunare).

Tale fase può durare giorni o mesi, seguendo le vicende del corpo fisico. Procedendo la soluzione della materia organica, la sua sensibilità di essere cosciente diminuisce, mentre progressivamente aumenta quella cosiddetta astrale.

Alla fine la corda energetica che unisce il cadavere al Corpo Lunare si frammenta e il fantasma si libera nell’atmosfera della Terra. A tal punto possono verificarsi diverse eventualità:

E’ possibile che Intelligenze disincarnate assistano il defunto nella fase di rapida vaporizzazione della sua materia residua (Secondo Corpo).

Generalmente accade che il fantasma resti libero, trasformandosi in un’anima vagante e acquisendo minima stabilità, per il periodo della sua evoluzione astrale. Esso, in effetti, contiene ancora alcuni frammenti di materia umana (del Corpo Lunare).

La stabilizzazione cui mi riferisco è una fase di transizione, in cui l’anima diventa capace di muoversi liberamente nel medio astrale. La sua è tuttavia una degradazione approssimativa e parziale.  Dal nostro punto di vista, ciò significa stare meglio in un senso e peggio nell’altro.

Il Purgatorio dei Cristiani rappresenta dunque un passaggio di stato della coscienza del defunto, ancora connesso alla Terra ma già in grado di esperire l’Invisibile. Creatura indivisibile ma abbrutita e sofferente, nel suo automatico tentativo di ritornare indietro, verso un’esistenza umana che gli è ormai preclusa.

La terza possibilità è risorgere in un Corpo Glorioso (Corpo di Luce), se le circostanze della morte hanno prodotto la degenerazione in vita del Secondo Corpo, alterandone profondamente il costrutto e potenziando l’espressione dell’Anima Storica.

La morte progressiva del Corpo Lunare, quando avviene ancora in vita, rappresenta un vantaggio per il defunto, poiché gli saranno evitati i tormentosi circuiti della Seconda Morte, con le paure e i rischi connessi.

E’ quanto accade nell’iniziato all’Alchimia, una volta concluso il processo di Nigredo; o dell’iniziato alla Via Isiaca, al termine del suo lungo periodo di purificazione. Nell’ordinarietà dei casi, quest’eventualità può determinarsi solo in caso di malattie lunghe e dolorose, in reincarnati con matura Anima Storica.

La Seconda Morte può essere descritta come una definitiva perdita di coscienza, espressione peraltro nebulosa se applicata all’Invisibile. Infatti, non si può avere coscienza di ciò che non esiste per i sensi.

E’ giusto che il lettore comprenda il significato del termine Invisibile, di cui tanto si discute nei Testi di Metafisica e che nessun vivo conosce. Le mirabolanti descrizioni teosofiche, i percorsi astrali dei viaggiatori onirici, i paradisi immaginifici dove si andrebbe dopo la morte, sono creazioni della mente, incapace di concepire il Nulla/Assenza di Forma, dove regnano le illusioni, forme partorite dalla fantasia, che il soffio di ogni Predicatore di sogni descrive in modo diverso.

Il Nulla! Ecco quale sarà la nostra destinazione, quando la materia cerebrale emanerà l’estremo sussulto e l’ultima lacrima segnerà il nostro viso.  Nel Nulla/Assenza di Forma faranno il loro viaggio senza ritorno i nostri cari defunti, nell’illusoria attesa di trovar conforto tra le braccia di un familiare o di un amico.

Niente di ciò. Un immenso Nulla, un Abisso in cui migrano lentamente tenui nebulose di energia. Sono le Atmosfere Collettive, i misteriosi sostantivi di Tradizioni ormai neglette, che s’intersecano nel divenire dell’Universo in un caleidoscopico gioco di colori.

Maree Astrali! Pensieri-Onda! Materia Elettrondensa che vibra nel Vuoto! Fisica, Fisica e poi ancora Fisica!…

Il Corpo Lunare muore; e con l’ultimo respiro l’individualità umana va a farsi benedire. Resta un piccolo nucleo psichico, un seme spirituale del defunto portatore della sua eredità psichica, che subitaneamente si incarna in un nuovo corpo. Sono i presupposti della Reincarnazione, che per l’Ermetismo è legge. Allora cos’è la Vita oltre la Vita, di cui straparlano i Paladini dello Spiritismo? E’ un sogno, è l’esca delle Religioni per catturare i bravi credenti, buttandoli a peso morto nel cestino delle illusioni.

La vita è un perenne ritornare. Si vive e si muore; si rinasce e si muore ancora, sino alla fine dei tempi. Questa è l’evoluzione orizzontale delle anime. Esiste però anche un’evoluzione verticale, il cosiddetto Salto Dimensionale, su cui è necessario spendere qualche parola.

Vi sono molteplici realtà oltre la Materia. Sono le Dimensioni Parallele, che la Fisica moderna, nelle sue più ardite elucubrazioni, oggigiorno ammette. Gli antichi saggi ben conoscevano le Dimensioni Parallele, che definivano Cieli; e la Cabala Ebraica, come altre Dottrine Esoteriche, possiede molte nozioni esatte su essa e sui suoi Abitanti, sia pure espresse in linguaggio mistico e primitivo.

Stargate è la porta interdimensionale creata dalla fantasia degli scrittori di fantascienza, nel sogno che l’uomo in carne e ossa possa traversare i Portali Dimensionali, proiettandosi in altri Universi.

Sono fantasie o realtà? La Scienza Ermetica ha le sue risposte, che non concernono l’uomo ma la sua anima: non tutta l’anima, ma quella parte che è in grado di fungere da Chiave Magnetica, che apre la serratura dell’Invisibile.

Chiedete a un’Intelligenza Superiore di materializzarsi nella dimensione terrestre. Pur potendolo fare, state certi che non lo farà, salvo che non vi sia una ragione importante. Infatti, essa dovrebbe modificare il suo spettro vibratorio, fino a una dolorosa sensazione di solidità.

Immaginate di ascoltare la vostra voce al registratore. La sentirete ben chiara e squillante, identica alla vostra. Adesso rallentate la velocità di scorrimento della bobina. La voce vi sembrerà cupa, lenta, pesante. E’ ciò che accadrebbe a un’Intelligenza Luminosa, se decidesse di sedersi a conversare piacevolmente con un terrestre: rallentare, appesantirsi, solidificarsi.

Ora invertiamo il problema. Immaginate che, sempre col registratore nella stessa posizione, cerchiate di recitare una veloce filastrocca. E’ improbabile che il vostro immaginario ascoltatore riesca ad apprezzare la sonorità del vostro timbro, percependone l’inflessione e la cadenza.  C’è poco da fare. Dovrete aumentare la velocità di scorrimento del nastro, solo così riuscirete a farvi comprendere.

In altri termini non c’è modo di far sopravvivere il proprio mondo mentale e affettivo. La morte, per l’uomo normale, è un pericoloso salto nel buio, nel quale regna incontrastato il Nulla.

Guardate che non sono ateo o materialista. Dico ciò che dico a vantaggio di chi crede nella sopravvivenza tout court, serbando intatti i suoi soliti panni, anzi moltiplicando le sue facoltà umane con l’aiuto dell’Invisibile.

Tuttavia non è più tempo di alimentare l’Inconscio Collettivo con presunzioni d’illusorie verità. E’ vero, non si muore. Tuttavia la Vita oltre la Vita, nel senso di un passaggio automatico e consapevole in un ipotetico aldilà, è solo una creazione umana.

Ciò che è distrutto con la morte, può essere ricostituito solo in una nuova incarnazione. Siamo figli del Pianeta, siamo sue creature. Le nostre anime sono terrigene, attratte dall’incarnazione come il ferro dalla calamita. Rinascere è il solo destino che ci attende.

Dobbiamo per forza essere figli di Santa Romana Chiesa, per aspirare a un corpo fisico sano, a bravi genitori e a un’epoca storica di serenità e di pace? Penso di no!

Credo invece che il lettore debba approfittare delle mie parole per modificare i suoi vecchi parametri di giudizio, buttandosi alle spalle la pesante eredità del misticismo cristiano, impresso col cilicio e col fuoco nelle profondità della sua Anima Storica.

Vivere da Eroi la propria vita, sapendo che è l’unica che ci appartiene veramente! Quando rinasceremo, non ci ricorderemo più dei nostri affetti e delle inutili sofferenze vissute nel contrasto con la società del tempo. Saremo nuovi, è vero, ma non saremo più gli stessi.

Allora sentiamoci completamente liberi, divenendo protagonisti del nostro breve itinerario terrestre. Amiamo, lavoriamo, soffriamo con leggerezza e dignità. Godiamo per ciò che di buono la vita ci offre; e ciò che non ci offre, conquistiamolo con la nostra volontà.

E’ il virile diritto dell’Eroe, frutto del dolore e della dignità dei nostri Avi, prim’ancora che un umile Pastore d’anime soffocasse l’ideale antico in un gregge senza coraggio e grondante di paura.

Viviamo la nostra vita come se fosse l’ultimo giorno, divenendo sfrontati e prepotenti, se ciò rappresenta il nostro riscatto da secoli di passività e di dolore; o abbracciando i nostri nemici, se l’anima nostra ci spinge a farlo, contro ogni evidenza o logica ragione. Perdoniamo chi ci ha fatto del male non per carità cristiana, ma per amore, se nonostante tutto ne sentiamo il bisogno.

Diveniamo apostoli di noi stessi, ammiratori della nostra dignità, paladini della nostra Verità, ossia di ciò che sentiamo autentico in noi e legittimo per noi.

E’ il modo perfetto di prepararci alla morte ed è l’eredità che lasceremo ai nostri successori, ossia a noi stessi, cui ci unirà un vincolo più forte di un legame di sangue: quello dell’anima nostra, che rivivrà in un mondo migliore, se da oggi lo renderemo tale col nostro esempio di uomini liberi, devoti al solo dio dell’uomo: la Vita.

Ciò non toglie, però, che l’aspirazione all’Evoluzione Verticale delle anime abbia rappresentato il sogno di tutte le generazioni, il miraggio di ogni cultore di Scienze Sacre.

Richiamando quanto già espresso, solo modificando strutturalmente l’anima si può aver accesso alle Dimensioni Parallele, che poi tanto parallele non sono essendo concentricamente più ampie, più eteree e più vicine al Centro Erogatore di Vita, che è l’Uno/Dio.

Nel corpo dell’uomo esistono due Magneti, che vibrano su piani differenti, emanando luci e ombre che si perdono nel Vuoto. Il primo Magnete concentra la sensibilità emotiva, il secondo polarizza l’attività del pensiero. Il primo è il Corpo Lunare, il secondo è il Corpo Mercuriale. Sulle caratteristiche dei due Corpi il lettore sarà certamente edotto, avendo letto i miei scritti e quelli del Kremmerz.

La Dottrina Ermetica dice all’iniziato: Purificati! E’ il segreto di Pulcinella? Forse, ma certo è la cosa più difficile da ottenere, la prova più impegnativa da superare, il percorso più lungo e doloroso della Strada Spirituale.

Molti provano: il Cristianesimo, con le sue buone regole e i fioretti alla Sant’Ignazio; il Buddismo, col progressivo annullamento dell’Ego nella meditazione trascendente; l’Induismo, coi suoi precetti di Hatha Yoga.

Anche l’Ermetismo tenta e riesce; non sempre, ma il più delle volte riesce. Come? Con le sue tecniche, che sono precetti di vita e pratiche rituali.

Con i precetti di vita si tenta di non sporcarsi, mantenendo il Corpo Lunare il più possibile incontaminato; e la mente equilibrata, fissa su concetti essenziali, che sono altrettanti modelli di comportamento: amicizia, solidarietà, amore.

Con le pratiche rituali si aprono i canali dimensionali. Sono porte di accesso. L’Energia delle Sfere discende, vibra, matura, trasforma e distrugge, come il calore scioglie la cera e coagula l’albume. Sono i misteri della Chimica Occulta del corpo umano!

I canali sono aperti? Allora l’energia fluisce ininterrottamente, agendo sulla Matrice Lunare. Le Simili Nature, specie di personalità accessorie, si distaccano e muoiono d’inerzia; L’Ego si anemizza e cade in coma; l’Uomo Storico subisce una solenne purgazione, svuotando il ventre di tutti i residui antichi, che rendono difficile la digestione e turbano il pensiero.

La mente si decongestiona. Disperatamente va alla ricerca dei vecchi pensieri, innescando i consueti meccanismi: sensi di colpa, paura, attrazione. Ma non li trova. La mente si rarefà, diviene volante, alata. Così nasce l’Hermes, l’Intelligenza Mercuriale.

Alla fine i due Corpi sono pronti, avvinti uno all’altro, come amanti in perenne copulazione. Il Corpo Lunare muore, l’Uomo Storico muore. La loro nuova sintesi è Maria, l’anima redenta, immortale, eterna.

Come il pesce dei primi cristiani, Maria nuota liberamente nell’Oceano dell’Energia Terrestre; poi, con istantaneo movimento, penetra nei Cieli ove si celano i Numi, e parla ed ama con loro. Poi si spoglia di tutto, come un razzo che abbandona i suoi serbatoi di combustibile.

Non ha più bisogno d’essere proiettata, è un Corpo semovente, un Carro che naviga verso il Sole. E’ la Barca di Rha, che procede eternamente nel suo ciclico movimento, sospinta dall’energia delle Stelle, che sono sempre la Natura e il suo Creatore, Dio.

Così Maria partorisce il Cristo. Iside partorisce Horus, il Redento, il Vincitore di Seth, il Male, l’Energia della Creazione, che dev’essere sottomessa e dominata, come un cavallo imbizzarrito dal suo ardito cavaliere. E’ il sogno dell’Alchimia, la ricetta dell’Ermetismo per vincere la morte nella continuità, nell’eternità, ascendendo a velocità vertiginosa verso il Cielo dei Cieli, ossia verso Dio.

E la morte? Ho già detto che la morte non esiste. Allora si può fare qualcosa per i defunti, per aiutarli nel loro periodo di adattamento all’Invisibile, rendendo meno gravoso il loro distacco terreno?

Io dico che qualcosa si può, anzi si deve fare. Lo fa la Chiesa, con le sue Liturgie, può farlo anche l’Ermetismo. I miei amici, che s’industrieranno nei Circoli Ermetici, ben sapranno come agire.

A Voi, distratti lettori di verità scontate, offro un ultimo consiglio. Per vincere la morte non serve molto: basta far quel che si può, per essere felici. Se però mirate in alto, dovrete lavorare su voi stessi, alacremente e con costanza.

Una goccia che cade, fora la pietra! Allora siate una goccia ribelle, ostinandovi a rompere l’equilibrio di tutte le cose scontate, in voi e fuori di voi. Così persino la Pietra di granito che avete nel cuore si spaccherà e allora, in pace con voi stessi, troverete la vostra piccola Oncia di Oro Alchemico.

Mario Krejis

Ermetismo e Tossicodipendenza – Mario Krejis

di Mario Krejis

Iside

Primo Assioma: La droga è una malattia dell’anima.

Secondo assioma: Il flagello dei tempi moderni si chiama droga.

La droga è una malattia dell’anima, è l’espressione di un profondo disagio interiore, che spinge irresistibilmente il tossico-dipendente ad annullare volutamente la sua intelligenza e la sua volontà, rendendolo de facto un infelice e un emarginato.

Noi poniamo la tossicodipendenza sullo stesso piano di tutte le gravi psicopatie, rimarcandone i profondi effetti distruttivi sull’identità personale e le devastanti conseguenze sulla famiglia e sulla società.

Nella comune mentalità chi fa uso di Droghe è spesso considerato uno scarto della società, un rifiuto di cui poter fare a meno. Tranne quando il problema riguarda un amico o un familiare, un figlio o una sorella. Sono situazioni in cui si resta inebetiti per la sorpresa, precipitando nello sconforto e cercando una via d’uscita, spesso considerando il proprio congiunto come un infelice o una pecora nera, un frutto marcio della pianta familiare e sociale.

Noi riteniamo, al contrario, che il tossicodipendente possieda una marcia in più rispetto a molte persone cosiddette normali, dal punto di vista sia affettivo sia spirituale; che nel suo apparato psicosomatico si svolga una feroce battaglia tra i suoi deboli principi morali, che formano la vernice sociale, e l’Anima Storica; e che quest’ultima trovi, nel meccanismo dell’auto-distruzione, il modo egregio di manifestazione dei propri conflitti antichi e dei debiti karmici contratti in altre vite, non ancora risolti nel processo catartico della morte.

Noi crediamo pertanto nella possibilità di un recupero del tossico-dipendente, perché siamo consci della profonda natura del suo disagio e che le cure cui dovrà sottoporsi non riguardano solo il suo corpo e la sua mente, ma soprattutto la sua anima.

Se il meccanismo del pensiero è profondamente distorto, se la mente è alterata dall’effetto intossicante della droga, non è verosimile che il processo di riabilitazione consista unicamente nell’uso di tecniche di psicologia o di rieducazione sociale. Se esse fossero del tutto efficaci, il problema della droga sarebbe stato ormai risolto.

Analogamente siamo convinti che le cure mediche, un’alimentazione naturale, lo sport e le buone abitudini di vita siano solo aspetti parziali del processo di riabilitazione, trovando il razionale nei loro favorevoli effetti psicosomatici, ma che non potrebbero -da soli- correggere il profondo squilibrio spirituale che caratterizza la tossicodipendenza.

Occorre dunque integrare profondamente l’approccio riabilitativo in modo da eliminare, se possibile alla fonte, le ragioni dello squilibrio interiore; ovvero attutendole, in modo da impedire le conseguenze perniciose e spesso fatali della tossicodipendenza.

Nelle pagine seguenti sarà tratteggiato il nostro approccio metodologico al trattamento della tossicodipendenza. Si tratta del punto di vista ermetico, che spero possa essere condiviso da quanti, scevri da idee preconcette, vorrebbero intervenire a tutela di questa categoria di sfortunati, aiutandoli a reinserirsi nel proprio ambiente familiare e sociale, nella serenità e possibilmente nella gioia.

Sono stati presi in considerazione due livelli d’intervento: il primo è basato sulla creazione di Centri aperti, basati sul volontariato e analoghi alle strutture funzionali di auto-sostegno esistenti in varie città italiane (Alcolisti Anonimi) o statunitensi (Cocaine, Eroine Anonymous); il secondo sulla creazione di Centri Residenziali, in grado di assistere il tossicodipendente per l’intera durata del processo di disintossicazione e di riabilitazione.

Le basi concettuali sono le stesse in entrambi i modelli considerati, pur con ovvie differenze inerenti agli aspetti organizzativi e alle metodologie più idonee nei due casi. Lo scopo di quest’articolo è dimostrare che l’Ermetismo non è una Tradizione archeologica, un fiore appassito della cultura esoterica, ma rappresenta un tesoro di conoscenze ancora vitali e utili per l’uomo contemporaneo.

Ovviamente sono consapevole delle difficoltà che attenderebbero chi volesse impegnarsi in un cammino così arduo. Gli ostacoli da superare sarebbero notevoli non solo dal punto di vista dell’impegno individuale, ma anche delle resistenze dell’ambiente scientifico e sociale a ciò che non rientra nella prassi comune. Ciò non ha importanza. Lancio un sasso nello stagno. L’acqua si muoverà e forse qualche coraggioso si farà avanti.

Ciò non toglie che i Circoli Ermetici, come sono stati concepiti, possano essere la sede giusta per gli Ermetisti che vogliano impegnarsi nel campo della tossicodipendenza e per altri, non Ermetisti, che condividano le idee e le impostazioni dell’Ermetismo.

 

II

 

La prima idea che dev’essere profondamente assimilata dal tossicodipendente, sin dall’inizio della sua frequentazione dei Centri, è che le radici del suo disagio sono inconsce e profondamente connesse alla sua Anima Storica.

Bisogna dunque spiegargli, con dovizia di particolari, che l’uomo non è solo il suo corpo e la sua mente. L’anima è la radice essenziale della sua corporeità, l’essenza più nobile della sua umanità.

Ogni uomo è portatore di un’Anima Storica, che si forma nel corso dell’evoluzione per effetto delle continue e automatiche reincarnazioni. A ogni nuova vita, l’Anima Storica può variamente manifestarsi nella coscienza, in base alle sue caratteristiche energetiche e alla sua maturità.

Le anime più giovani hanno un codice espressivo più rudimentale, manifestandosi di tanto in tanto e in modo indistinto. Le più antiche, al contrario, sono più energiche e volitive, potendo generare nella persona dei gravi conflitti inconsci, che prescindono completamente dall’ambiente e dalle circostanze di vita.

Alcune anime sono latrici di profondi disagi interiori, legati a traumi psichici di altre vite, che agiscono nell’inconscio personale alterando la percezione della realtà e modificando la normale reattività affettiva, in modo a volte doloroso o francamente patologico.

In diverse situazioni, come si è detto, l’Anima Storica, perfettamente intelligente e dotata di volontà autonoma, tende istintivamente a seguire le orme del passato, spesso trovando nelle nuove situazioni di vita degli ostacoli insormontabili, che divengono a loro volta motivo di depressione, di alienazione e d’infelicità.

Negli esempi che ho illustrato, la manifestazione psicologica del contrasto interiore è la sofferenza, il senso d’inadeguatezza, l’incomunicabilità, l’isolamento, che sono spesso la causa di un primo avvicinamento al mondo della droga. Una volta stabilito lo stato tossico, questo si perpetua attraverso la servitù della dipendenza farmacologica e degli effetti deleteri delle varie sostanze d’abuso.

Far comprendere al drogato che la causa della dipendenza è da ricercarsi in fattori che sono oltre la sua portata e che le situazioni ambientali hanno la funzione di fattori scatenanti è essenziale, per eliminare il tremendo senso di colpa che li affligge nei confronti della famiglia o del gruppo sociale, che a sua volta rappresenta un potente meccanismo di recidiva e di persistenza del vizio.

Illustrate le premesse teoriche, derivano alcune conseguenze pratiche.

I vari tentativi di riabilitazione spesse volte falliscono, perché rivolti più alle conseguenze che alle vere cause del disagio. L’intervento educativo è spesso tardivo e fallimentare; le terapie psicologiche sono inutili, nella maggior parte dei casi; la disintossicazione fisica ha solo un effetto temporaneo.

Presto o tardi, esaurito l’effetto narcotico delle droghe sull’interiorità, la frustrazione e la sofferenza indurranno il paziente a ritornare nel circuito del vizio, e ciò anche per il concorso degli effetti diretti della dipendenza e della tossicità, legati alle varie sostanze assorbite.

La tossicodipendenza può essere paragonata a un cancro dell’anima. Ostinarsi a rifiutare la verità è come pretendere di curare un tumore con gli antibiotici o con impacchi d’acqua calda. Al contrario, prendere coscienza del vero problema aiuta il drogato a divenire padrone del suo processo di guarigione, che dipenderà essenzialmente dalla sua volontà e dalla sua iniziativa personale.

Individuare la causa della dipendenza in un profondo conflitto interiore, più che nelle accidentalità della vita o nelle anomalie dell’educazione, assicura al tossicodipendente una maggiore fiducia in se stesso, insieme alla ferma convinzione che, se sarà adeguatamente aiutato, potrà certamente salvarsi.

Occorre far comprendere al malato che la sua Anima è antica e perciò portatrice di piaghe non del tutto guarite o ancora aperte. Ciò in assoluto rappresenta per lui un vantaggio, più che uno svantaggio, anche se le circostanze della vita hanno reso pesante e doloroso il suo travaglio interiore.

Nell’antichità i malati di mente (o ritenuti tali) erano condotti festosamente nel Tempio, dove divenivano i nuovi Profeti per la capacità della loro psiche, svincolata dai meccanismi della ragione, di percepire i sottili messaggi dell’Invisibile. Allo stesso modo l’Ermetismo considera i tossicodipendenti delle persone di grandi potenzialità.

Dal nostro punto di vista l’evoluzione interiore non ha nulla a che vedere con la posizione sociale, col grado di cultura o con l’aspetto esteriore. Spesso anime egregie albergano in corpi miseri e in menti giudicate malate.

Se è vero che la depravazione della droga può rappresentare il terribile prezzo di un antico debito pagato nella sofferenza, ciò non implica che nulla si possa o si debba fare per alleviare o annullare tale sofferenza.

In tal senso il nostro Terapeuta non deve mai giudicare chi ha dinanzi o assumere degli atteggiamenti preconcetti, che invaliderebbero ogni tentativo di recupero e di riabilitazione. Occorre far intendere che si può agire nel trattamento della tossicodipendenza con i mezzi propri della Tradizione Ermetica e con l’aiuto delle Forze Invisibili, sulla cui esistenza il tossicodipendente dovrà essere invitato a riflettere seriamente.

Tali concetti, che ho espresso sinteticamente, devono essere spiegati con calma e senza timore, nel corso di due o tre incontri preliminari, arricchendoli con esempi tratti dalla letteratura scientifica e dalla Tradizione Esoterica. Ognuno farà del suo meglio. Tuttavia alla fine dovrà essere chiaro, nella mente del tossicodipendente:

  • Che egli può guarire, se vuole.
  • Che egli possiede un potenziale interiore maggiore di quello di molte persone cosiddette normali. Si tratta solo di canalizzare i suoi profondi conflitti in un modo nuovo, meno doloroso e più salutare.
  • Che l’Ermetismo può aiutarlo, se egli lo vuole fermamente, stabilendo di rinunciare alla propria falsa personalità per il tempo necessario.

 

III

 

La seconda parte dell’istruzione del tossicodipendente consiste nel far ben comprendere che l’Anima, come l’intende l’Ermetismo, è una struttura energetica complessa che contiene in sé la Monade, la Scintilla Divina (Nume), in costante rapporto con la Dimensione Trascendente.

Il Nume o Volontà Superiore è l’arbitro della vita, il responsabile del nostro destino di uomini e di anime. Esso può dirigere o modificare le traiettorie del Destino, se giustamente riconosciuto e insistentemente richiamato in noi dall’amore e dalla fede.

In altri termini, ciò che non è possibile per la Scienza umana lo è per la Volontà Superiore. Occorre dunque arrendersi a Essa, rimettendo nelle sue mani ogni nostra imperfetta volontà.

E’ necessario che il tossicodipendente comprenda il concetto di Nume o Volontà Superiore. Ogni suo sacrificio, ogni suo tentativo, riuscito o non riuscito, ogni suo desiderio imperfetto dovrà essere rimesso nelle mani provvidenziali di Dio: il Dio del suo corpo, analogo in tutto alla Legge Eterna da cui ogni cosa proviene.

Il tossicodipendente deve imparare ad apprezzare l’immenso senso di liberazione che scaturisce dall’abbandonarsi alla Volontà Superiore. In poche parole egli non lotterà più, non si dibatterà più tra le contese della vita. Egli semplicemente si arrenderà.

Pertanto non sarà lui a vincere i suoi Demoni personali ma Dio, attraverso la sua volontà, impietosito dalle sue preghiere e dal suo amore. Infatti, egli non ha alcuna colpa, se non quella di rappresentare il desolato campo di battaglia dove si affrontano forze troppo grandi da essere controllate o represse.

Se ricadrà nel vizio, non significherà che Dio l’ha dimenticato. Dio ascolta sempre i suoi figli. Allora dovrà continuare a pregare e a operare, perché il suo accorato appello filtri attraverso la coltre di nero che avvolge la sua Anima Storica,penetrando come un raggio di luce verso l’Invisibile.

Sin dall’inizio della sua frequentazione, il drogato dovrà esser certo che la sua vita cambierà, sia che decida di seguire il programma di riabilitazione sia che ritorni alla sua misera esistenza. Egli osserverà la vita da un nuovo punto di vista e sarà conscio che il suo successo dipenderà dalla sua disposizione d’animo e dalla sua buona volontà.

Egli non potrà più nascondersi dietro facili alibi o inutili menzogne, nè sentirsi un reietto della società e della famiglia, bensì un’anima sulla via della purificazione, la quale lo condurrà, con l’aiuto dell’Ermetismo, verso una definitiva stagione di serenità, di salute e di gioia.

Per ottenere tale risultato, sarà necessario un codice di comportamento che serva da guida al tossicodipendente durante le riunioni e nella vita sociale. Regole semplici e facili da applicare, tenuto conto che compiti semplicissimi possono apparire insormontabili, quando la mente è intossicata e la volontà paralizzata dagli effetti deleteri delle sostanze di abuso.

Illustrerò in un prossimo articolo le tecniche di conduzione dei Centri aperti e il programma consigliato per i Centri Residenziali. Quello che m’interessava è illustrare il principio, che è semplice e produttivo di lusinghiere realizzazioni.

Fine della prima parte

Mario Krejis

La Porta Ermetica – Giuliano Kremmerz

di Giuliano Kremmerz

Porta Ermetica

DEDICA

 

Dedico a te, o Maria, esempio di inaudita fedeltà, queste pagine brevi, stampate, per volontà non mia, per iniziare ai secreti della tua anima ermetica i dotti fanciulli della ingenua umanità. Maga, sacerdotessa, zingara, cartomante, medichessa, astrologa, divina seduttrice ed ammaliatrice sempre, sei passata e passi anche tu attraverso al labirinto delle vittime di due estremi: la fede ignorante e la boria scientifica dei terrestri. Quindi non meravigliarti se la mia prosa sarà accolta come Calandrino di Messer Boccaccio in Mugello.

Non so ora, o Maria, dove ti trovi e quale maschera porti, ma questo libro ti arriverà lo stesso e con un sorriso eroico, quel famoso sorriso dei pasticcetti con crema di frutta, dirai:”Toh! Parla un morto della tragedia storica che vissi e piansi in omaggio alla gratitudine dei popoli melensi, immemori di chi loro ha donato la libertà del non credere!”

E leggerai e vedrai le due figure che vi ho insinuate.

La prima è il ‘caracter adeptorum’… una cosa che capiscono tutti al tempo che corre, nel quale anche gli agenti delle imposte studiano l’occultismo nei manuali della culinaria vegetariana. E se qualcuno non lo intendesse, basterebbe domandarne al primo dei filosofi iniziati che ci vengono a predicare il verbo credere da oltre alpe. Poiché la razza greco-italica è orbata di maestri di tali cose sublimi, emigrati nel campo psichico forestiero, per acquistare quel certo tonico scientifico che loro mancava, nel vecchiume cristallizzato dell’antica esposizione metafisica…. e per saperne la interpretazione giusta e moderna, anzi per penetrarne il mistero arcaico col lumicino filologico che ci fa difetto.

Sol voglio farti notare, o Maria, che intorno al circolo è scritto: “Non formido mori, voto melioris ovilia: Nam ante oculos mihi ceu in speculo stat vita futura”, che in lingua maccheronica, salvo complicazioni internazionali, vorrebbe dire che all’adepto sta innanzi agli occhi come in uno specchio la vita futura e che, quindi non si spaventa della morte pel desiderio di migliorare l’ovile. E quindi ancora, aggiungo io, vano per l’adepto di studiare questa morte che non gli fa paura e ozioso il parlarne per contentare i curiosi.

Alla leggenda esteriore va contrapposta una croce di quattro versetti, la più interna, i quali, dalla posizione della scrittura, si fanno supporre girevoli e si completano due a due

Crux abit in lucem – Lux deerit soli

Crux agit arte ducem – Dux erit umbra solis

oppure

Lux deerit soli – Crux abit in lucem

Dux erit umbra solis – Crux agit arte ducem

e nel mezzo di un cerchio interiore:

Ergo sibi simili constantia cardine quadrant

versetto che si vuol far precedere o seguire alle due coppie precedenti. Basta un latinista di ginnasio per non far capire lo spirito di quell’Ergo, ma per tradurre ci basta un bidello delle scuole regie.

Più critica è la seconda tavola: cavea sibyllarum.

Cavea vuol dire gabbia, recinto, platea o luogo? Guarda il fregio ovale che chiude la scena: non ti pare un serpente che non abbia capo e coda?

L’autore annota: “cavea sibyllarum, idest cavea virginum faticanarum”, cioè delle vergini indovine. Vergini? ma perché il lettore non prenda abbaglio soggiunge: “idest faemina vel puella” – cioè donna o fanciulla – “cujus pectus Numen recipit” – il petto della quale riceve il Nume. Anche qui un ostacolo: pectus è il petto, il seno, il cuore, l’anima, il sentimento? Dovresti, o Maria, spiegarlo tu, perché tu lo sai ogni volta che fai la vergine indovina donde ti escono “Dei sententias sonantes”, cioè le sentenze sonanti o vocali di Dio!

Come frontespizio al libro, vi ho fatto incidere la porta ermetica che sta nei giardini di Roma. Ti ricordi Roma, o Maria? La conosci bene, non dir di no, e sai che ha tante porte grandi e questa, piccola e bassa. La ho scelta perché certe scritte paiono fatte apposta per le opere che sto incubando pei secoli futuri, “quando i negri corvi partoriranno le bianche colombe”, vale a dire quando in Vaticano si farà colazione con due granelli di pietra filosofica con asparagi scientifici all’insalata – gli asparagi per prevenire la calcolosi.

Tu sorridi, o amica diletta, tu ridi…. Siimi serenamente giudice. Aspetto il tuo verdetto. Un fiore. Lo staccherai dall’albero della Genesi, lasciando che gli altri fruttifichino il bene e il male, che l’umanità, avanzando, raccoglie e digerisce. Conserva per te la melagrana, perché ti riconoscerò dalle labbra rosse, come nel Cantico dei Cantici, e dalla voce regale… perché hai testa di donna e corpo flessuoso di serpente tentatore; non ridere… lo vedi il cherub dalla spada fiammeggiante che veglia, ci spia, ci fa da delatore?…. oh il perfido eunuco!

 

I

Invitato da un amico, volontario romito in una ridente casetta, circondata di rosai, per dimenticare nel silenzio e nel profumo una gioventù tempestosa in cui la tragedia della sua anima si compì, accettai l’ospitalità per alcuni giorni.

Il grazioso edificio che mi accolse è bianco come neve, in cima ad una collinetta ammantata di perenne verde. Si chiama Villa della Speranza e questo nome inciso su due piccole leggende di marmo dal fondatore di quella casa, oggi è mezzo coperto dal musco e dall’edera antica.

Vi si accede per tre vie: una di oriente si perde in boscaglie e macchie di pini e palmizii; quella di occidente, più agevole, tra balze e colline coronate dalla lontana visione delle Alpi Marittime; l’altra, più moderna, comoda, ombreggiata, la congiunge alla cittadina elegante e pulita di S. Remo. So che Remo fu ucciso da Romolo, ma non so perché l’abbiano santificato; in ogni modo il nome della leggendaria vittima della prepotenza del primo re di Roma, mi parve un buon augurio per quello che si svolse dopo.

Poiché dopo qualche giorno di quiete in quell’asilo, per la via di oriente arrivò un nuovo ospite, un signore che, dissero, aveva viaggiato l’Asia, visitata l’India misteriosa, tentato il Tibet e confabulato a lungo coi discepoli di Confucio. Uomo poco ciarliero, parve un compagno adorabile. Scarsamente curioso, fumava tutto il giorno come tizzone.

Un secondo amico arrivò in seguito. Un altro nomade impenitente: un italiano che aveva percorso la Francia, la Germania, la Svizzera, l’Inghilterra e poi l’America del Nord, e poi, di ritorno, la Spagna, l’Egitto, la Grecia. Mi parve costui più malinconico del primo. Aveva le valigie cariche di libri e leggeva e rileggeva come assetato di imparare e di erudirsi.

Terzo giunse in un cocchio dalla ferrovia, un romano, ben pulito, ben raso, vestito di nero come in procinto di accompagnare un morto al cimitero. Aveva l’aria di un uomo supremamente annoiato e sbadigliava come un soffietto di organo.

Il desinare del mio amico, padrone di casa magnifico, ci riuniva a tavola: desinari quasi luculliani mangiati in un quasi silenzio da trappisti. Non si sapeva di che cosa discorrere. S’era in cinque e tutti uomini – e il più impacciato di tutti mi pareva l’anfitrione che, signorilmente, servendoci il caffè – il nero e rio caffè – parlò così: “Amico d’ognun di voi, vivo solitario da parecchi anni; l’abitudine di star solo mi fa abborrire le lunghe chiacchierate, ma preparandomi ad accogliere nella modesta casa della Speranza quattro amici come voi, non credevo di aver ospiti quattro affiliati del silenzio. La ragione di tale parsimonia di parole è nella scarsa conoscenza che ognun di voi ha degli altri. Non si direbbe che siete intinti della stessa pece. Permettete che io vi faccia conoscer meglio. Caio Buddi da venti anni ricerca i veri dell’oriente religioso: ha viaggiato, ha interrogato, ha visto; legge il sanscrito come io leggo la cabala dei sogni. Mevio Mefisto ricerca anche egli il segreto di Faust, è in possesso dei libri più rari della medieva Germania, ha rovistato Londra, ha pescato le cose più curiose nei librai antiquarii di Parigi, ha consultato tutte le sibille e gli stregoni e i bramani delle quarte pagine. Sempronio Cristiano conosce tutto il nuovo e vecchio mondo dell’esegesi biblica, tutte le polemiche filosofiche del Cristo, tutte le versioni evangeliche… e sbadiglia per questo, come un cane che abbaia senza voce. Infine tu, vecchio camerata che hai fatto della propaganda di magia in fine del secolo XIX – coraggio di apostolo in ritardo… ed in Italia dove nessun uomo crede negli apostolati ideali”.

Ospite grazioso, le tue sagge dipinture sciolsero la lingua ai commensali di ogni giorno, meglio che dieci bottiglie del tuo nebiolo angelico, e messo in campo l’argomento della verità che si nasconde a chi la cerca, le confessioni piovvero.

Tempo perso per ognuno dei tre. Erano tre sconfitti, tre reduci di una disfatta intellettuale a cui avevano prestato il loro ingegno e tutte le forze della loro cultura varia. Erano tutti stanchi e ritornavano dalla eroica campagna alla vita della mediocrità apparente, pur con l’anima rivolta alla sfinge muta che non risponde ancora l’ultima parola arcana.

A questi tre nella sera del plenilunio parlai cosi: “O benemeriti della coltura religiosa e superstiziosa dei popoli, il vostro lamentevole dire non trova indifferente chi vi ascolta, e, quantunque il mio prezioso ospite mi abbia presentato come un apostolo delle cose morte, io sono il più grande amico della verità viva. Tutti e tre avete sbagliato strada, perché tutti e tre partite da un preconcetto che fuorvia, cioè che l’uomo sia diverso oggi da quello che fu ieri ed anzi peggiore, e che l’oriente e l’occidente non si rassomigliano come gocce di acqua.

Al secolo XX, innanzi alla libera investigazione della scienza positiva, voi cercate di evocare o l’India di Budda, o il fumoso medioevo della tregenda o la teologia dell’ isterismo cristiano cattolico. Questo è un mondo morto che non ha parola viva se la scienza non lo sfronda dalle soperchierie delle favole, delle allucinazioni, dei sogni.

Mutate via e troverete la verità. lo sono lo spirito del tempo e parlo della ricerca della verità nella scienza umana con la liberalità che il criterio moderno consiglia. Una volta si aveva orrore di concedere al popolo i diritti politici, come le caste sacerdotali, possedendo o no la conoscenza del misterioso secreto che cangia l’uomo in un semideo, proibivano ai profani di investigare. Oggi che il potere politico è nelle mani dei popoli più avanzati, ogni problema può essere esaminato da chi con disegno prettamente umano cerca di arrivare alla conoscenza della verità assoluta. Però io biasimo apertamente coloro che, facendo professione di scienza positiva, con criteri ristretti alla materialità della vita sensista ordinaria vogliono analizzare un mondo che altri sensi svelano e non comuni – come detesto i mistici, i poeti, gli empirici dello spiritualismo che si accingono a creare castelli di carte da giuoco. E dico che col buon senso italico, con quel buon senso mediocre che tutti posseggono, la via giusta, spoglia di ogni settario proponimento, deve essere additata ai ricercatori del vero. Filosofi parolai e scienziati di limitati sensi indagativi, devono far posto ad una scuola razionale di cultura che indicherà la via alla massa perchéé segni il limite in cui il filosofo deve fondersi allo scienziato e camminare alla conquista della verità pro salute populi“.

I tre oppressi mi guardarono come un uccello di forme strane. Capivano e aspettavano che continuassi. Ma l’ospite, il meno sapiente, soggiunse: “E tu finora non hai fatto propaganda di magia?”

“Sì, ma esplicandola come concezione antica in rapporto alle conoscenze modernamente diffuse – e anche perché non potevo battezzare con un nome diverso, un nome che non esiste, una scienza o un gruppo di scienze che mirano alla integrazione dei grandi poteri umani nella età moderna. Questa Scuola Integrale Italica la fondo stasera nella tua villa della Speranza, tra un bicchiere di grignolino e un risotto ligure… intanto Budda mangiava e Cristo beveva e Mefistofele v’aggiungeva anche qualche altro intingolo.

E così s’inaugurò un ristretto circolo di amici ai quali esposi le mie idee concretamente, senza fronzoli e declamazioni e pretese letterarie che non ho. Parlavo a persone che avevano già letto, investigato, ricercato molto e che mi potevano intendere senza troppe sfumature d’arte oratoria, quindi risparmio la tonalità di Zaratustra, perfettamente fuor di luogo.

 

II

La magia, la divinazione, l’astrolo­gia, l’alchimia perché si chiamarono occulte?

Le spiegazioni sono tre: occulte, perché si servirono nelle loro realizzazioni di tutte le forze umane e fisiche ignorate dagli uomini pubblicamente ritenuti per rappresentanti di ogni sapienza nota; occulte, perché in occidente si trovavano in conflitto con la religione padrona dei poteri civili e che condannava ogni manifestazione di miracoli, fuori la chiesa, come eretica; occulte, perché coloro che erano in possesso di verità che gli altri ignoravano, sette o uomini isolati, ne potevano usare ed abusare senza controllo.

Deve perdurare l’aggettivo occulto come l’attributo di queste scienze?

Ragionevolmente sì nel primo significato, perché esistono manifestazioni che la scienza officialmente insegnata non spiega o non riconosce.

Vero è che si discute di psichismo, di poteri psichici, di investigazioni psichiche, ma le forze, in procinto di essere studiate, non sono note ancora e definite.

Negli altri due significati non esistono scienze occulte, perché per stampare o parlare di esse non abbiamo a temere che un tribunale ecclesiastico ci condanni, come condannò Galileo, Giordano Bruno, Campanella, Borri e Cagliostro.

Le forze che non si conoscono chiamiamole latinamente latenti o nascoste[1].

Magia, che sarebbe prettamente classica, suona male a molti orecchi che aborrono l’antico, specie perché della parola se ne è abusato. Sostituiamola con due parole che la spiegano, chiamiamola scienza integrale.

Integrare significa rendere intiera o perfetta.

Integrazione è il metodo complementare per rendere la scienza che officialmente si insegna nelle università completa con lo studio e la conoscenza delle forze latenti nella natura e nell’uomo.

Quindi scienza integrale della natura obiettiva, magia naturale e scienza integrale umana, che è la magia divina, perché risveglia ed esercita e sviluppa in noi gli attributi che l’ignoranza ha finora attribuito agli dii.

Questo in quanto ai vocaboli.

Esplicitamente il programma dei fatti è nello sforzo per migliorare noi e gli altri nella conoscenza della individualità latente in noi; applicare le conquiste alla vita reale, a beneficio dei meno provvisti, combattendo il male sotto qualunque forma di ignoranza e di prepotenza.

Chi si sente di apporre la propria firma a questo programma ideale deve considerarsi liberamente un compagno nostro, in nome della Luce che dà la scienza contro ogni superstizione religiosa e settaria, affinché questa terra sulla quale ritorneremo senza che le trombe della Apocalisse suonino il risveglio dei morti, trovi un popolo grande di fratelli che ci vendichi dei dolori che le pazzie delle forme religiose hanno seminato a larga mano nei secoli, e le furie sacerdotali, vere delinquenze di teocrazie malvage, hanno incollato alla storta dell’anima istintiva che in ognuno di noi perpetua il ricordo atavico.

Non so se saremo pochi o molti. Io ho desiderato sempre i pochi di buona volontà ai molti di tiepida fede nella cosa che intraprendono a studiare o praticare.

La parola e l’esempio dei pochi tra­sformerà, come la polvere di proiezione degli alchimisti, centomila volte il numero. Così si propagò il Pitagorismo nella Magna Grecia – un precursore del cristianesimo ideale, non cattolico e non protestante. La nostra scuola prettamente investigativa non deve essere presa per filosofia nel senso parolaio e propiziare ai novelli teologi un campo di chiacchiere nuove da mietere con la falce di Saturno.

 

III

Questo animale misterioso, orgoglioso di sapienza e di intelligenza, che domina sulla terra tutta la scala degli esseri dotati di movimenti, non ancora ha squarciato il velo che copre le sue origini e nasconde la fine del suo viaggio. Fino a quando la soluzione dell’enimma non sarà di dominio pubblico, vi saranno chiese, pagode, sinagoghe e moschee. Se una direzione nuova, fuori le linee delle vecchie cancrenose carcasse dei templi incammina le masse sottratte all’anal­fabetismo verso l’ideale della fratellanza e dell’amore come la più sicura e naturale soluzione di bene sociale, un gran passo sarà fatto.

Però non si creda un fuor d’opera ozioso lo studio della sapienza sacerdotale degli antichissimi. Gli antichi ci furono inferiori in moltissime cose, ma la scienza dell’anima umana presso i loro sacerdozii raggiunse il secreto della divinità. Quelli che non conobbero il telegrafo senza fili, il radium, il dirigibile, l’automobile e l’areoplano scrutarono a fondo l’anima dell’asservito alla tirannia delle caste e l’anima delle folle.

Le teocrazie non si occuparono che dell’uomo e apparentemente degli iddii. L’uomo era l’unico nemico del potere divino, e le religioni di stato vollero sempre il dominio della scaltrezza sulla ferocia delle masse. E fu vera scienza quella che notomizzò il pericolo permanente al dominio dei pochi – scienza oggi nel mondo ancora bambina, perché il cristianesimo cattolico e i relativi governi da poco tempo hanno rinunziato alla esclusività industriale di occuparsi dell’anima umana. Non ancora è spuntato lo storico dei delitti della fede religiosa contro il benessere della società ostacolata in ogni passo verso la conoscenza dell’anima.

Non sono gli uomini che compiono le grandi rivoluzioni: è l’ingiustizia delle lunghe prepotenze che le maturano. Il cristianesimo nacque rivoluzionario e continuò tiranno della mente umana, ed è condannato o a ritornare alle origini semplici della fede, o a trasformarsi, o a perire. Le cristallizzazioni appartengono al mondo minerale e non a quello delle idee umane.

Il cristianesimo politico e ignorante della scienza dell’anima umana di cui volle e pretende ancora conservare il privilegio, produsse quel convenzionale medioevo in cui si sommerse l’antico, e dette origine al rifiorire della cultura magica contro la chiesa di Paolo e di Pietro; magia ebraizzata come in­dice di protesta a un gruppo di ebrei scismatici che avevano dato un figlio al terribile Jeve, e diabolica in opposizione alle divinità nuove. Così, come il cristianesimo primitivo assorbe i poteri teocratici, le forme, le pompe, i riti della teocrazia, la magia e la stregoneria perpetuano, in geroglifici strani e paurosi, gli oscuri enunciati della scienza dell’anima, nei ruderi delle superstiti conoscenze dei tempii antichi.

Questa magia di scuola, che dette uomini come Arnaldo da Villanova, Raimondo Lullo, Pico della Mirandola, Bacone, Berigardo di Pisa, Giovanni Battista Van-Helmont, Alberto Magno, Olao, Avicenna, Tritemio, Paracelso… non deve essere confusa con la magia della patologia isterica che portava al rogo i pretesi affiliati dei saturnali dell’Astarotte.

Da quella prima magia di scuola scaturisce il grande fiume delle conoscenze moderne in ogni campo d’investigazione: la fisica, la chimica, la scienza delle forze psichiche e dei poteri fantomatici degli uomini, l’ ipnotismo e la suggestione come strumenti terapeutici, e sorgeranno ancora: una esatta conoscenza delle potestà latenti nell’organismo umano, complemento alle scienze biologiche, e forse l’intuizione della ultima evoluzione della specie.

 

IV

Tracciare un programma di studi e sopratutto il programma di una scuola, in brevi pagine non è cosa agevole. Ma la brevità non mi sarà ascritta a colpa. La Scienza Integrale, ridotta la magia pratica e le mirabolanti istorie e disquisizioni di tutti i colori che oggi fanno le teologie poetiche in tutti i temi musicali, alla possibilità della scienza accertata, non deve illuderci come una panacea facile di miracoli, né farci obliare il fine delle ricerche.

Scopo dell’integrazione è l’uomo. Non perdetelo di vista mai. Lasciate per ora i diavoli e i santi e gli arcangeli dove si trovano. Ogni vostra esperienza deve essere fatta sull’uomo: non su di un uomo, ma su di voi stessi che appartenete alla orgogliosa rappresentanza dell’Olimpo in terra.

Laboratorio economico, lo portate costantemente dove vi piace.

Mettervi in un grande equilibrio fisico e intellettuale, con un regime di vita sobria, senza sforzi che vi conducano nella schiera dei nobili asceti, osservare in silenzio, nel sacro silenzio che separa l’adepto dalla vanità della parola, non è la cosa supremamente difficile. In voi si propizia così lo sviluppo della intelligenza ermetica, cioè il potere sottile e penetrativo della mente umana che ci avvicina alla realtà insita delle cose che colpiscono i nostri sensi umani. Per intenderci di che voglio parlarvi, vi dirò pedestremente il significato di questa conquista. Se studiate un problema di algebra e non riuscite a trovarne la soluzione, né sperate di riuscirvi, e si affaccia, fuori ogni premeditazione di logica ricerca, improvvisa una determinazione del vostro intelletto, che vi dà la via vera, che voi troverete vera, quella che in voi si è prodotta è una luce intellettuale che viene dalla parte più ‘nobile di voi stessi, che pare per la sua sottilità una ispirazione a voi estranea: questa è intelligenza o luce ermetica.

Nello scolaro risolve la breve questione della vita del liceo; nell’artista, dà la penetrazione delle forme e il senso dell’arte; nello scienziato la illimitata conquista della ricerca.

Ermete è il nome greco del latino Mercurio. Nebo, Ermes, Mercurio, Lucifero, Spirito Santo sono sinonimi dello stesso stato di essere della intelligenza umana le cui leggi secrete ancora agli uomini sono occluse.Tutte le forme più divine sono possibili se con allenamento graduale questa lucente stella del nostro mondo mentale si scovre dalle nuvole che tutte le nostre imperfezioni disquilibranti fanno più dense. Può arrivare allo stato di genio, come nella forma del demone di Socrate; di Nume, come in Apollonio di Tiana; di Dio Padre, come nel tipo solare del Cristo.

è questa intelligenza che da luce si converte in forza e dà le forme di magia oggettivante, dal magnetismo alle proiezioni di forze psichiche, alle forme di medianità diverse, attraverso i fenomeni delle quali vigila un’ intelligenza inafferrabile, che l’uno ritiene spirito di morti, l’altro demone e un terzo angelo.

La scienza delle Religioni vi ricorda che si risveglia nel silenzio e nella purità dell’ innocente questo dio proteiforme in voi. è vero o no? Non giurate nella parola dell’uomo e lasciate che la lotta per afferrarlo e definirlo sia impegnata tra voi e lui. Ma ricordatevi che anche il cristianesimo nacque infante, cioè non parlante, da cui il simbolo del bambino che regge il mondo.

 

V

Se studio un problema di geometria o percepisco una ragione riposta che armonizza due cose apparentemente contrarie, sono il senno penetrativo di Ermes.

Son sempre io e sempre uno.

Ora una cosa sola è provata dalla esperienza: quando l’uomo è sano di corpo, senza appetiti, senza desiderii, in pace con sé stesso, in pace con i suoi simili e con le cose che lo circondano, è nella pienezza del suo potere giudicante. La neutralità dell’uomo di fronte allo spettacolo del mondo obiettivo lo avvicina alla verità immutabile delle immagini sensazionali che lo colpiscono, perché le appariscenze neutre delle cose del mondo sono concepite attive o negative secondo lo stato neutro, attivo o passivo dello spettatore.

Che cosa voglio intendere per neutralità? Aiutatemi con la vostra penetrazione ermetica a spiegarmi. Le cose non soggette a mutare l’aspetto loro, perché considerate senz’anima e senza passioni, sono costanti per natura loro (neutre) nell’apparenza che colpisce i nostri sensi. Se a questa immobilità ipotetica della loro struttura, l’uomo contrappone uno stato di concezione o percezione sensitiva senza desiderii cioè senza turbamento di quegli stessi sensi che devono dargli l’idea delle cose, le vede e le sente come sono, cioè il più neutralmente possibile, cioè il più vero che sia concesso a lui.

Un chimico che attentamente analizza un corpo con le regole e gli apparecchi proprii alla sua bisogna, è uno spettatore neutro in cui l’Ermete della sua mente trova facile la manifestazione dei suoi poteri adatti. Un matematico che studia e svolge una formola o un calcolo è neutro innanzi all’aspetto delle linee o dei caratteri che egli ha tracciati.

Appena la neutralità dell’osservatore è scossa, comincia uno stato di interesse o partecipazione al risultato voluto e qualunque manifestazione intellettiva sgorga maculata dal desiderio e falsa. Questo si osserva in migliaia di esempi nella terapeutica in medicina, quando il medico per le sue cognizioni ha già le sue idee fatte sul percorso della malattia.

Nello spiritismo, di cui tutti più o meno siete un po’ infarinati, nel maggior numero dei casi la medianità scrivente non riesce che ad accumular chiacchiere, poiché i pretesi medii non sono neutri, e con o senza stato ipnotico e di trance, mescolano novantanove parti di piombo della loro mentalità cosciente o incosciente a un centesimo di oro ermetico[2].

Spesso poeti, improvvisatori, romanzieri, sono i più perfetti medii appunto perché conservano la loro neutralità: credendo di far cosa di arte dilettevole, non si preoccupano di ciò che scrivono o cantano e lasciano parlare integralmente l’ermete loro.

L’aspetto delle cose che colpiscono i nostri sensi, benché costante alla fotografia, nella riproduzione delle tinte varia col variar della luce. In noi che abbiamo naturalmente un meccanismo di riproduzione superiore al semplice obbiettivo fotografico, l’aspetto delle cose varia non solo per differenze luminose, ma per lo stato morale in cui ci troviamo quando le cose prendiamo in esame.

Ciò dimostra che la visione del mondo, in cui si può leggere il bene e il male, ha tanti aspetti soggettivi diversi per quanti sono gli uomini e per quanti possono essere nello stesso uomo gli stati e le sfumature passionali.

Sani di corpo o malati, sonnolenti o allegri, addolorati o beati, le cose che ci circondano ci parlano differentemente.

A intendere l’aspetto vero delle cose occorre lo stato di neutralità perfetta che ci è dato dal perfetto equilibrio di noi stessi.

[continua]

 

Giuliano Kremmerz

 


NOTE

 [1]Psiche, psichismo, oggi adoperate largamente, sono parole di un valore incerto, approssimativo come le parole anima, animismo, incosciente.

[2] – Nel “Mondo Secreto” (1898-99) parlai a lungo delle simili nature, pretese manifestazioni spiritiche, che si formano nella coscienza del medium per mancanza di neutralità.

 

Angeli e Demoni – Giuliano Kremmerz

di Giuliano Kremmerz

Sotto un vecchio ritratto di Giuseppe Balsamo si leggeva: ‘Pour savoir ce qu’il est, il faudrait étre lui méme’. Per sapere che cosa sia l’amore bisogna amare. Vana ogni definizione di questo sentimento indefinibile su cui si ricama tutta la storia dei vivi e dei morti: vana ogni filosofia e ogni arte che se ne occupa come per chiuderlo in una precisa e concreta disposizione o sofferenza dell’anima umana.
L’amore per un medico è il desiderio sensuale del maschio per la femmina e viceversa per l’antropologo è la memoria che si perpetua nell’istinto animale dell’atto di procreazione da cui tutti siamo originati, pel poeta è una cantica del poema di Dio, per l’asceta è il desiderio del bene: così via via.
Per la scienza occulta, l’amore è il sacrificio istintivo, sotto le forme più varie, dell’io nell’unità sintetica della natura; e, comechè questa sintesi della Natura tutti i popoli la personificano nel Dio, il sentimento di amore, comunque esplicato o sentito, è divino.
Di qui, chi voglia rintracciare le concezioni religiose di tutti i tempi, manifestate nei culti di tutte le nazioni del mondo, deve incedere nell’esame di quanto le are o i tabernacoli e i misteri antichi nascosero ai profani. Come non vi è atto della vita terrena, dalla legge chimica che determina l’amore nei corpi inorganizzati alla riproduzione fisica della bestia che è l’amore animale, che non abbia e non riceva l’impressione del sacrificio dell’unità per l’unità universo, così non vi è nessuna religione classica che non abbia fondamento negli amorevoli istinti delle cose generate per il loro generatore, della natura materia per la natura Dio.
La civiltà moderna ha dirozzato gli antichi selvaggi costumi degli aborigeni: l’uomo fisicamente e spiritualmente è in via di evoluzione e non completamente evoluto, né è modificato essenzialmente. Lo stato selvaggio e la civiltà progredita agiscono sull’uomo col peso dei bisogni e delle necessità, in rapporto ai tempi, modificati dalle condizioni dei popoli e delle loro unità costituite. Il trasformatore di ogni essere è l’amore per il proprio simile, che la stolta filosofia profana, i cui maestri non videro oltre la materia, non ammisero che sotto la parvenza di una idea innata della conservazione della specie;[1] falsa e materialista credenza in un’idea che non è innata niente affatto, per perpetuare questa magnifica razza di bipedi non alati[2].
Strumento di civiltà è amore. Dove l’amore non esiste, l’eccezione alla civiltà è manifesta. Il Vico, nella sua ‘Scienza Nuova’, ne ha discorso profondamente accennando alla boria delle nazioni – e tutta la storia delle glorie umane deve ricercarsi nel successivo svolgersi di questo sentimento spirituale nella vita delle famiglie, delle nazioni e dei popoli.

Il titolo di questo scritto è bello, e io ne devo scrivere aridamente, perché non si confonda la scienza dell’amore con l’arte che canta l’amore. Ne scrivo la notomia, per gli uomini e le donne che vogliano studiarne profondamente e progredire nella conoscenza della verità scientifica della vita umana, per scrutare, in tempo più lontano, nella legge che regola il sentimento dell’amore divino.
Questa anatomia dell’amore, che certo non si pretenderà riprodurre nel teatro di un ospedale, io comincio col fare intendere ai miei lettori che altre persone e delle più note han fatto prima di me. Dante Alighieri che non è stato inteso neanche a metà dalla turba dei suoi commentatori grammatici, ne ha fatta la disamina a più riprese, pur cantandolo come un qualunque dei poeti posteriori che ne scrisse per divertire qualche Beatrice di carne e tendini, fremente di baci sensuali.[3] Dante, come i neoplatonici suoi precursori e contemporanei, era un iniziato alle alte verità della magia divina, un occultista, come si direbbe oggi, ma di quelli che potevano essere salutati poeti alla maniera antica, quando l’iniziazione orfica aveva perpetuato nel mondo occidentale il secreto di cantare pel volgo sotto sembianze allegoriche e forme piane, le verità più secrete del santuario iniziatico.
Il volgo, cioè l’uomo intellettualmente bambino, si ferma al significato letterale delle parole scritte o cantate; tal quale come il fanciullo che, contento della apparenza delle cose, non ne scruta il contenuto o la ragione di esse. L’uomo progredito, padrone della filosofia umana, la quale è relativa e non assoluta, cerca penetrarvi il valore allegorico, il quale è sempre in relazione alle conoscenze umane ed ai fatti noti. Ma l’iniziato ai secreti del verbo divino, cioè alle verità che vengono da un mondo dove non si accede che evolvendo naturalmente ed intellettualmente, nei classici poeti antichi e filosofi vi legge anagogicamente gli arcani celesti e naturali più ascosi.[4]
Francesco Perez che è l’unico dei commentatori moderni che abbia rasentato il senso occulto della Beatrice in Dante, scrive beatrice col b minuscolo perché egli dice che "la beatrice deve allegoricamente significar tal cosa di cui l’uomo sano di mente dir possa che, rispetto all’amore per essa, quello per la filosofia sia vile e malvagio desiderio. Nè ciò solo; essa deve essere tal cosa per la quale soltanto, la specie umana supera tutto ciò che contiene il globo terrestre.".

O donna di virtù, sola per cui
L’umana specie eccede ogni contento
Da quel ciel che ha minor li cerchi sui.

Ora per quanto l’illustre siciliano possa riferirsi all’allegoria della beatrice, nascondente la Sapienza degli Eletti, il volgo dei filosofanti non passa più in là della profana interpetrazione dell’Intelligenza aristotelica e platonica, né penetra nel sublime dell’interpetrazione della essenza di questa intelligenza che non è la ingannevole ragione umana, sulla quale lo sperimentalismo sensista erige tutto il suo castello di carta pesta nelle disamine riflettenti i problemi dello spirito dell’uomo.
In ‘Vita Nova’, Dante scrive:

Amor e cor gentile sono una cosa
Sì come il saggio in suo dittato pone,
E così senza l’uno l’altro esser non osa
Come alma razional senza ragione.

La gentilezza del cor, intesa nel valore anagogico occulto, bisogna intenderlo alla latina: gentile per tendente verso le genti, altruista come si scriverebbe oggi ora gentilezza alcuna non v’ha né altruismo che non significhi il sacrificio di parte del nostro io, se non tutto, alla felicità altrui.
I due estremi, amore e altruismo trovano il loro opposto nell’odio e nell’egoismo.
L’amore e l’altruismo definiscono i limiti delle potestà divine del mago; l’odio e l’egoismo caratterizzano tutto ciò che è stregoneria. Nell’amore vi è trasfuso tutto il bene, come nell’egoismo tutto il male; perciò l’amore che implica un qualunque sacrificio per gli altri è divino, e quello che è spinto dalle basse idealità del possesso è satannico: il primo è protetto dagli angeli, il secondo dai demonii.

Agli asceti, ai religiosi, ai riformatori dei costumi lasciamo la libertà dell’amore ideale per l’umanità tutta intera. Gli uomini mediocri, quelli che non si sforzano a comprendere un altruismo che raggiunge la sua manifestazione nel completo annientamento della persona che ama, non comprenderanno né la figura dei grandi rivelatori, né coloro che si sono sacrificati per il trionfo di un’alta idea di giustizia, né quelli che hanno spenta la loro vita in olocausto alla pubblica salute. Gli uomini mediocri debbono solamente aver conosciuto un grande e vero amore, quello non raro né nell’umile capanna né nella reggia, l’amor materno. Ciò che divinizza la femmina è la maternità: perciò la donna sterile presso gli antichi fu dispregevole, perciò l’iconografia cattolica dipinge la Vergine divinizzata dalla presenza nelle sue braccia di un bambino e santifica le lagrime nell’Addolorata.
Quando due creature si desiderano, e il sindaco o il prete le unisce, il quadro è umano. Appena il vagito di una creatura suggella l’unione, la deificazione della donna comincia, il suo amore non può essere che divino e non può che segnare la redenzione di qualunque amore impuro, di qualunque prostituzione anche benedetta dal prete e controllata nei registri dello stato, civile.
L’amore della madre non è un calcolo né un desiderio: è un continuo e interminabile sacrificio della mente e della volontà materna per la figliolanza. La sua preghiera è una evocazione di Anael, l’amore più grande che unisca Dio alle sue creature.
Chi ha esercitata la medicina, ha visto che l’intenso amore della madre per la sua creatura, d’accordo con la incrollabile fede in una Intelligenza-Dio ha compiuto più miracoli di tutti i santuarii miracolosi del mondo. L’amore materno nel periodo di allattamento e fino alla pubertà determina una continua trasfusione di vita, dalla madre al figlio, fino a far confondere le due esistenze in una completa dedizione dell’una all’altra.
Quando il figliuolo va sposo, la madre piange, una donna, qualunque donna, non può amare un uomo come lo ama sua madre; se così fosse, l’amore della donna per l’uomo amato sarebbe tanto angelico e sublime che ogni senso di carne inverecondo rappresenterebbe un’offesa alla purità, e la sposa o l’amante si confonderebbe con la madre e le nozze nel più orrido incesto.

L’occulta filosofia dà all’amore due sedi: nel cervello e nel cuore.
Nel cervello, fantasioso o calcolatore, entusiasta o briaco, l’amore è impuro, è passionale, è demoniaco.
Nel cuore, sereno, obbediente, paziente è un sentimento di abdicazione e di dedizione angelico.
In fisiologia si conoscono i rapporti che legano il cervello agli organi della impurità sessuale. L’amore impuro vi germoglia come un desiderio di vanità: è la Lilith e il Samael distruttori che consigliano e pungono il vanitoso a cogliere un fiore, per lascivia di potere, per calpestarlo come una sozzura: ed ogni atto di questo amore è una viltà, in cui il cuore non aumenta i suoi palpiti che nel momento in cui l’orgoglio bestiale è soddisfatto.
Ma l’amore del cuore, in cui il cervello non ha versata la nebbia offuscante della sensualità, è un atto divino da cui è ad aspettarsi ogni bene. Nasce come una effusione delle anime tra due nature che spiritualmente si completano. Si annunzia come un vago sentimento di benessere: cresce ed aumenta d’intensità come un tacito consenso, tra due creature, in una fede comune.
Il primo è una passione, il secondo è un ideale.
Premesse queste poche considerazioni passiamo all’esame dei due principii nella pratica della magia naturale e divina, e nelle aberrazioni della stregoneria.
 


I
 

Chi ammette le successive reincarnazioni dello spirito umano in tante esistenze terrene spiega facilmente la riflessione dell’odio e dell’amore come di un ricordo organico di vite anteriori. Nella vita presente vi capita di vedere, materialmente per la prima volta, una persona il cui occhio, o la cui voce, vi risvegliano un gran sentimento di odio o di simpatia. Vi pare di leggere nell’anima di quell’uomo o di quella donna come in un libro aperto. Colui o colei non vi ha detta né fatta alcuna cosa, eppure tutto un intimo senso vi rivela che colui o colei vi odia o vi ama: che è capace di odiarvi inesorabilmente o di amarvi teneramente, mentre mille persone ogni giorno vi urtano per via, viaggiano con voi nella stessa carrozza, passano nello stesso albergo in cui voi dormite, mangiano alla stessa mensa a cui voi mangiate e nessuno, proprio nessuno vi tocca e vi riguarda tanto come colui o colei che voi avete visto e vedete.
è un ricordo istintivo di un’altra esistenza?
Il signor Gabriel Delanne, meritevolmente stimato per i suoi studi sullo spiritismo scientifico, all’ultimo congresso di Londra (giugno 1898), ha letto una importante memoria sulle vite successive e sulla evoluzione progressiva delle anime.
Il punto nero della credenza nella reincarnazione è nella nessuna memoria che nella vita presente la generalità degli uomini conserva di ciò che si è stato nell’altra vita. Il Delanne risponde scientificamente: "perché le condizioni indispensabili al ricordo rinnovato non sono adempiute.". Vale a dire che certe condizioni speciali per le quali la memoria persiste dei fatti avvenuti anche nella vita presente non è eterna anche nella stessa vita.
Io invito a chi si occupa di filosofia naturale di riflettere alla influenza delle sensazioni fisiche sulla memoria nell’uomo vivo: si può constatare nei più semplici fatti che ogni sensazione fisica cancella le precedenti, e che appartiene al solo apparato psichico (sistema cerebrale-animico) il potere di evocarle e ravvivarle alla memoria. I moderni fisiologi materialisti fanno risiedere la memoria nel cervello perché hanno osservato che qualunque disordine organico che tocca i lobi cerebrali produce perdita di memoria fino all’afasia, la quale è la mancanza del ricordo delle parole esprimenti le cose e le idee comuni: però questo se è esatto nello sperimentalismo sensista, non è vero secondo la teoria animista e le scienze occulte la percettività materiale dei sensi è interrotta; la esplicazione della memoria nell’atto fisico è cessata, ma non la potenzialità dell’anima di ritenere le prime impressioni.[5]
Ma per non inoltrarci in discussioni noiose ed astruse per i non preparati, basta osservare nella vita quotidiana che ogni nuova sensazione fisica annulla il ricordo della precedente: nei cibi, negli odori, nei toccamenti, nei suoni, in ognuno dei sensi domina la legge che il più recente fa dimenticare il più antico ricordo sensuale. L’amaro si cancella col dolce, e, dicono i poeti , dieci tempeste si dimenticano con un sol raggio di sole.[6]
Guai all’uomo, se non avesse la dolcissima felicità di obbliare: perennemente si vedrebbe spiegate innanzi agli occhi tutte le strane e ributtanti immagini delle sue impressioni di ogni genere: supplizio enorme, cui non reggerebbe in paragone nessuna tortura!
Si sogna una delizia, basta un colpo battuto alla vostra porta e gli occhi si aprono: le immagini sono svanite, due ore più tardi alcun ricordo più di quanto aveva allietata la vostra fantasia. Una mano amica vi soccorre in un momento di pericolo: voi gliene siete grato, ma passata l’ora di angustia, la memoria dell’atto si affievolisce, e la vostra riconoscenza si annacqua fino a sparire interamente.
Dice il Delanne: "Non vi è magnetizzatore che non sappia che l’oblio al risveglio è uno dei caratteri più costanti del sonnambolismo.
Rimesso un’altra volta il soggetto nello stato sonnambolico, egli recupera la memoria di ciò che ha fatto e detto durante il sonno. In queste condizioni è agevole il comprendere che se l’ipotesi delle vite successive è esatta, il richiamo del ricordo di una incarnazione anteriore è generalmente impossibile. Questa immensa riserva di materiali psichici costituisce il sostrato della individualità materiale e morale…".
Quello che noi chiamiamo l’indole (il Delanne dice "carattere") di un uomo o di una donna al suo manifestarsi alla vita pensante, non sarebbe che il risultato delle tante sensazioni anteriormente percepite e immagazzinate nella nostra psiche o spirito. Ma l’autore soggiunge che come esistono dei soggetti che allo stato sveglio ricordano ciò che è loro avvenuto nello stato sonnambolico, così sono esistite ed esistono persone che serbano il ricordo di certi fatti della vita anteriore che in essi è molto persistente.
Cita il Lamartine che, senza aver mai visitata la Giudea, vi riconobbe uno ad uno tutti i siti più notevoli senza ingannarsi nessuna volta[7] – Giuliano l’Apostata che ricordava di essere stato Alessandro il Macedone – il Damiani (recentemente morto a Napoli) che si vedeva nelle sue esistenze anteriori un ufficiale di marina francese che ricordava di essere stato pugnalato nella caccia agli Ugonotti la notte di S. Bartolomeo; un fanciullo di Vera Cruz che distribuiva medicine ricordandosi perfettamente di essere stato medico; quello di una bambina morta e rinata nella stessa famiglia e qualche altro.
La scienza occulta la teoria classica della magia ammette nella zona più bassa della corrente astrale tutte le anime in formazione ed imperfette, in continua attesa di reincarnarsi ma in via di missione s’incarnano anche spiriti che sono di fuori l’evoluzione della zona terrea che qui vengono come per compiere, ignorati o palesi, una missione in pro degli altri e se ne vanno appena completata la commedia. Questi uomini di ordine superiore possono avere il ricordo del passato, della vita antiuterina?
Sicuramente il de St. Gérmain ne dava la pruova raccontando avvenimenti di molti secoli innanzi; il Cardano, che Lombroso classifica tra i pazzi, si vantava di saperlo, e non è poi da mettersi in dubbio se uomini che non godono quaggiù la celebrità dei due primi non sappiamo precisamente dove vanno e donde vengono, cioè il problema risoluto che il Büchner non ha saputo risolvere con le sole scienze di osservazione.

Ma ritornando al nostro assunto, ammessa la reincarnazione, sono spiegabili gli amori fatali.
Delle effusioni del cuore (che sono effusioni dello spirito nel dolce benessere di uno spirito che ci completa) si può conservare il ricordo istintivo in parecchie vite successive o dopo parecchie vite successive.
La fatalità[8](o meglio le condizioni di volontà divina) porrà i due che conservano il ricordo di quello che furono, annebbiato dalla rimembranza vaga di una vita anteriore, in due condizioni sociali sulla terra che rende il loro amore peccaminoso: eppure l’amore fatale dei poeti ha una esplicazione incontestata nel fatto che i due non possono non amarsi.
Se la sola, la cieca ragione umana vi pon mente, la fine dell’amore secondo le leggi divine non è d’accordo con le leggi e le consuetudini della società umana, l’epilogo è tragico sempre.
Il solo pensiero che questo possa esser vero, è terrificante. Voi potete incontrare quaggiù, incarnato, lo spirito che in altre esistenze vi fu compagno carissimo e indimenticabile. Tutti due, se il pesante fardello di ciccia che v’involge, non vi ha completamente precluso il ricordo, potete fatalmente amarvi : forse amarvi una seconda volta innanzi agli uomini è una sventura che, si traduce in un adulterio, in una violazione, in una disgrazia, insomma senza determinazione né di tempo né di fine.
I matrimonii rappresentano nell’ordinario dei casi delle vere prostituzioni dell’amore, eppure la legge degli uomini li benedice, ma ordinariamente tutta la gente di mondo e che ha vissuta la vita sa che la amante libera che duri in lunga vita di compagna con un uomo libero, spesso è testimonianza di un affetto persistente che è santificato dal cuore se non dalle leggi.
Però non fraintendiamo, il caso possibile non è la regola: questi amori di rimembranze preesistenti non sono che rarissimi. La morale, l’alta regolatrice delle civiltà, che Yves Guyot con un sensetto di pessimismo ha analizzata, domanda a chi si trovi in condizioni tali, in mezzo ad una società che vieta o confonde l’amore con la passione, il sacrificio supremo di non peccare violando le leggi umane.
Le società non fondate sul rispetto alle leggi, sono distruttibili e decadenti. L’amore per la società umana non si prova che con un sacrificio; imponendo al proprio cuore di non violarne le consuetudini turbando la coscienza dei semplici.
La bilancia della giustizia è nelle mani di Michaël : la giustizia umana deve ritrarre dalla giustizia divina, guai allo spirito veramente illuminato che dia lo scandalo della violazione alle leggi: i riformatori della morale pubblica vengono di lassù come angeli e messi di luce a raddrizzare le coppe delle bilance quando le passioni bestiali le hanno storte, mai a scuoterle. I demònii soli, ottenebrati e ottenebranti, possono compiere opere di anarchia. Perciò il prete che non sa lo spirito delle cose dice dall’altare: "oportet ut scandala non eveniant"… e riferisce ogni cosa alla Chiesa mentre che il teatro della vita è più vasto e la chiesa del Cristo è il teatro del mondo.
Nè si creda che l’amore vero, quello del cuore, sia il più difficile nel rifiutare il possesso della carne, il tremendo, l’irresistibile è il demonio, quello del cervello.
Se tutti amassero col cuore, la realizzazione del cristianesimo sarebbe un fatto: il regno di Cristo evocato nei ‘pater noster’ sarebbe realizzato, l’utopia socialista saluterebbe l’aurora del secolo XX e la terra sarebbe popolata di angeli. Ma… troppo presto! Qui si ama ancora col cervello come si fa la pace coi cannoni, e la causa di ogni disastro, di ogni pena, di ogni dolore è l’amore impuro dell’egoismo.

 

II

Al pervertimento dell’Ideale di Amore si debbono tutte le terribili leggende satanniche, antiche e medievali. Lasciando stare le antiche, sulle quali molti storici, non iniziati, hanno voluto aggiungere l’opinione e il commento inesatti, magnificando tutti gli atti della sacra lussuria degli antichi tempii, non possiamo non ricordarci della decadenza romana, in cui la società imperiale aveva convertito il tramonto degli Dei in una fosca e ributtante orgia di piaceri.
Tutti i demònii del paganesimo furono fino dai tempi di Numa ritratti nei Fauni e nei Satiri: il caprone ha prestata la sua maschera a quei barbuti scimmioni, simboli del godimento sensuale, e una visita agli scavi di Pompei oggi in cui liberamente si può gettare l’anatema sulla corruzione decadente, dovrebbe e potrebbe essere argomento di un libro sull’amore osceno nelle disgrazie della civiltà romana. La quale in tutta la distesa della abbagliante e pittoresca costa meridionale d’Italia, da Baia a Pesto, ha lasciato l’orma dello amore demoniaco come il suggello di chiusura della corruzione cesarea. Tiberio era detto ‘Caprino’ non si sa se più per le oscene delizie di Capri o per l’impudicizia di becco regnante sulla sua reggia: ma i signori di Pompei, ci hanno nelle effigie scandalose e negli ornamenti delle case patrizie, lasciato il documento reale della passione di regola nella società che evocava dai demònii della religione sua, tutta l’impudicizia bestiale della colpa! – e che la tradizione della magia caldaica non era fuor d’uso anche nelle case di patrizii e di schiave e di liberte, chi ne intende può osservare visitando gli scavi, nei grafiti e nelle incisioni agli intonachi, alle pareti, dei luoghi dedicati ai piaceri della gente d’allora, e che i volgari archeologi non intendono.
Il Vesuvio fino allora verdeggiante e boscoso, coprì tutta l’evocazione della deboscia orientale con una pioggia di cenere, mentre il cristianesimo conquistava col sangue dei martiri il diritto dell’amore angelico sulla terribile agonia degli ultimi tre secoli dell’impero di Occidente!
La caduta del paganesimo in occidente fu una lotta vera tra l’amore angelico dei cristiani e la satiriasi pagana.
Quando il centro signoreggiante il mondo d’allora era convertito in una laida suburra:
quando la tavola e la donna eran le sole preoccupazioni delle classi dirigenti della società pagana, e i riti lussuriosi e i sacrificii muliebri avevano varcate le porte del tempio per invertirsi nella deboscia delle mense aristocratiche, nelle notti di Roma si prostituiva al diletto dell’amore cerebrale e dello stomaco tutta la società di liberti, di pretoriani e di filosofi mentre i convertiti al Dio dell’amore puro, dall’apostolato di Paolo di Tarso, bianco vestiti, in un’aura verginale di candore divino, come un coro di angeli salmodiavano nelle catacombe!
Mentre le notti di Roma echeggiavano dalle evocazioni dei demonii dell’impurità, i neofiti cristiani pregavano gli angeli del nuovo Dio per la fine del regno della carne!
Il paganesimo aveva convertito lo spirito alla materia e il Cristo lo rivendicava: all’orgia sacrificante dei misteri di Bacco, profanata e caduta nel volgo, gli adepti della religione degli angeli sostituirono il sacrificio incruento della Messa che è un grande atto di magia simbolica, a cui l’angelo dell’amore non è straniero.
Non posso (perché il lettore impreparato alle verità occulte potrebbe fraintendermi) intorno a ciò che vi è di amore (angelico e demoniaco) nella celebrazione della messa dir più di poche parole: il sacrificio che tutti i libri di orazioni cattoliche dicono compiersi senza spargimento di sangue sostituì una parte dei misteri antichi in cui il sacrificio si compiva con una oblazione cruenta della vittima offerentesi agli Dei.
Se gli spiritisti evocassero dalle ombre di Averno, per mezzo dei tavoli giranti e delle medium scriventi gli spiriti di Virgilio, di Aulo Decio, di Orazio e di Ovidio, ove riuscissero davvero a farli cantare in ottava rima, di questo sacrificio antico e poscia del più moderno dei cattolici, indovinerebbero qualche cosa: dico solo per chi mi può intendere che la celebrazione della messa si compie con un calice e una patena, cioè un disco e un bicchiere cioè coi due colori delle carte da giuoco, danaro e coppa. Si rifletta che il prete nella coppa mesce il vino che è il sangue della terra, che lo consacra al sanctus tra la fede ascetica dei fedeli.
Scampanella il chierico e suona l’organo: ostia e calice si levammo in alto come una dedica e un brindisi… poi il sacrificante (il prete) mangia e beve tutto. Non lascia vestigia del sacrificio e volgendosi al popolo gli dice: "Ite, missa est.".
Missa
? è mandata? Ma che cosa è mandata? e dove? ma se è il semplice ricordo della Cena, o la ripetizione simbolica della passione, perché le fauci del sagrificante ingozzano il simbolico sacrificio?
A quelli che non sanno non è permesso sciogliere l’indovinello di questo atto magico, che compiuto da un prete che sia iniziato, ha un valore terribile, specie quando tutto un tempio riboccante di fedeli prega insieme al prete che è sull’altare.
I mistici cattolici lo chiamano il sacrificio della messa, ma, comechè non v’è sacrificio che non sia amore, Anaël, l’angelo dell’ideale, vi è trasfuso, nel connubio religioso e mistico, nell’evocazione magica di altri tempi.
Ma il prete iniziato alla filosofia magica, alla sua scienza e alla sua pratica è raro, mentre in una religione di origine magica come la cattolica, dovrebbe esser di regola invece in tutto il mondo si trovano e si incontrano preti ignoranti, che vestono l’abito sacerdotale senza ideale alcuno e che si danno alla stregoneria con le pratiche religiose.[9]
Il Medioevo, tanto ricco di fantasmi e di roghi, di sogni, di pazzie e di repressioni sanguinose, ha visto preti e monaci terribili, che per l’amore demoniaco, per la concupiscenza della carne si son dati anima e chierica all’Astaroth, il demonio teologante dal piè caprino, il buon signore, il buon amico di tutti gli stregoni che frequentavano il Sabbato o la Tregenda, il sogno infernale dell’età di mezzo!
Nella notte che precede il sabbato, tra la mezzanotte e il canto del gallo annunziante l’aurora era fama che tutti gli stregoni e le streghe volassero, a cavallo di manichi di scope, in un sito dì festa e conciliabolo, presieduto da questo grosso e potente Signor Astaroth, molto rassomigliante nella sua dipintura al Bafometto degli iniziati templari.
Nei secoli scorsi tutti credettero a questi strani conviti di uomini e diavoli e dal Nord al Sud di Europa, ogni regione ricordava un luogo celebre per le tregende stregoniche[10]. Le streghe e gli stregoni volavano cantando l’Emen etan Emen etan, trasportati per l’aria come piume.
Che cosa si facesse in questi conciliaboli notturni, lascio alla fantasia più sfrenata il libero esercizio di inventarne di orribili: là il popolo dei demoniaci assisteva alla messa nera[11], e mentre le campano si scotevano agli strappi violenti dei demònii, tutto ciò che di più libertino, lussurioso, ed osceno che immaginar si possa e non scrivere, avveniva – e la notte trascorreva in una gazzarra orrenda in cui l’amore dei sensi, aiutato dalle evocazioni diaboliche, rovesciava ogni legge di morale e di religione e di fede.
Domando al lettore che non sia un poeta di studiare attentamente il fenomeno di questo sogno sciagurato della mezza età, in cui l’istinto sensuale del volgo si ribellava all’oppressione ascetica della chiesa e dei tribunali cristiani, e mentre gli uni sognavano gli abbracciamenti notturni del Signore dal piè di Caprio, gli altri vedevano streghe e indiavolati in ogni persona.
Il fenomeno psichico del medioevo merita uno studio attento: la lotta tra la paura dell’inferno e gli amici del Diavolo, fu lotta satanica, in cui non si scorge se fossero più pazzi i giudici e i frati che condannavano al rogo e torturavano persone che suggestionate dall’atrocità del tormento confessavano tutto, anche quello che non avevano mai pensato, o i poveri mentecatti e nevropatici che facevano bollir pentole e sgozzavano fanciulli per rubarne il cuoricino palpitante!
Questo fenomeno psichico cominciò nella Tebaide coi solitarii e gli eremiti. Si perpetuò nella leggenda cristiana e perfino i monaci nei conventi avevano i loro diavoli servitori[12]. Il mondo occulto delle umane passioni, delle concupiscenze sfrenate e represse, si fondeva e si esteriorizzava nella esplosione di tentativi di magia corruttrice in cui ogni stregone aveva un diavolo a lato e commercio carnale con diavolesse e fate.
lì diavolo si vedeva dappertutto e l’amore sensuale lo evocava nella leggenda di S. Antonio Abbate, su cui il Morelli ha dipinto un capolavoro, e lo vedeva in ogni ossessione o disturbo nervoso o alienazione delle facoltà mentali. Pazzi monaci inquisitori e stregoni, l’inferno si manifèstò prima nei giudizii di Dio, e poi nei roghi, e dal fuoco purificatore e distruttore non vennero risparmiati né preti né frati, né il padre si pentì di denunziare la figlia, né il marito di accusare la sposa, e gli elenchi delle grandi esecuzioni sono interminabili e il diavolo si vedeva dappertutto perché il diavolo che è la perdita della ragione nella scienza e nella verità aveva preso nelle sue spire tutti gli ordini sociali e tutte le classi dei cittadini.
Il patto che il Dottor Fausto nella leggenda classica fa con Mefistofele è per la scienza, ma anche un po’ per il benessere della vita sensuale. Ricordatevi di Margherita. Ma gli altri patti, quelli che si dicevano compiuti tra stregoni o maghi e il Signor Astaroth il demonio terribile della possessione, non aveva che di mira la felicità materiale dei sensi: questo è passato oltre i limiti del medioevo ed è venuto fino a noi a imporsi nelle tradizioni popolari di tutti i paesi.
Celebre in Francia fu l’epidemia isterica delle suore di Ludun, in cui tutto un intero monastero era spiritato. Si accusò un prete, che si vuol d’indole buonissima, Urbano Grandier di aver stregato le monache, infiltrando nel convento una vera epidemia di lascivia e di libertinaggio. Urbano Grandier fu bruciato vivo e l’ultima sua parola fu questa: "Io sono innocente!" – Ma innocenti furono assai più i torturati dei torturatori e dei carnefici: la mente umana sotto l’imperio dell’ignoranza non evocava che le avventure diaboliche della deboscia e della violenza!
Ma fu vera questa epidemia psichica e demoniaca del medioevo? – Non esisteva allora diffusa una qualche pratica che faceva esteriorizzare, come sì dice oggi, il corpo fluidico delle streghe e degli stregoni perché andassero a godersi i diavoli o a farsi godere dagli abbracciamenti del caprone, idealizzando tutte le basse voglie sensuali dei patteggianti col diavolo?
Il fenomeno può avere scientificamente molte spiegazioni – è innegabile però l’uso di unguenti o pomate che generavano potenti esaltazioni del corpo fluidico nel sonno patologico di una notte per tradizione consacrata alla celebrazione d riti nefandi.
Oggi si è molto scritto sull’hashish e sull’Oppio ma le ricette esatte delle pomate di cui allora gli stregoni e i maghi si servivano, sono molto rare, né si può consigliare di metterle in uso. Le sostanze inebbrianti agiscono tutte sul centro sensorio e quindi sul perispirito o corpo astrale. Il farne uso è una maniera di facilitare l’esperimento della propria esteriorizzazione, ma non è un mezzo scientifico e progressivo di migliorare.
L’eccitamento dei centri con sostanze come la cantaride e la cicuta è un pericolo permanente per la vita della ragione nel corpo umano; e il delirio lussurioso è più tremendo di qualsiasi delirio per l’uso degli alcoolici e il loro abuso. La canape indiana messa in certe combinazioni di estratti di narcotici vegetali (il papavero nero p. es.) è un agente potentissimo per l’autoipnotizzazione sonnambulica, ma l’hashish è noto ai praticanti. Col fiore di canape nostrana (il polline raccolto nella luna di giugno) e un preparato di alcool di vino e fiori di luppolo si manipola uno di questi eccitanti potenti e meno nocevoli degli altri, del quale darò la ricetta in altra occasione.
Questi unguenti e questi narcotici dell’alchimia empirica e della dotta non fanno che mettere fuori, evocato, il proprio demonio concupiscente nei sogni inverecondi dell’amore carnale.
Demonio astarotide questo, che io non consiglio a persona alcuna di evocare, se con lui nella mente sua malata, essa non vuole richiamare nel disordine mentale tutto il medioevo della menzogna e della colpa.
 


III


Giovanni Boccaccio scrive nel "Commento alla Commedia": "La Lonza è leggerissima del corpo. Ella è maravigliosamente vaga del sangue del becco.".
Ciò che impediva della lussuria bruciante l’ascenso spirituale dell’Alighieri, è definito nella Lonza. Il Boccaccio la dice maravigliosamente vaga del sangue di becco; "perciocchè siccome il becco è lussuriosissimo animale, così per l’usare questo vizio più lussurioso si diviene[13]".
Tutto l’amore del cervello ha il suo altare nella stregoneria che è la magia del male.
Il porco da cui fu ucciso il grazioso Adone fu questo e la Lonza è il più terribile nemico della divinizzazione dell’uomo.

Io parlo da illuminato, e forse la gente della società contemporanea sorriderà alla minaccia garbata di una astinenza dai piaceri dei sensi ma la magia lo insegna e lo ricorda, che ogni atto impuro determina la caduta di un angelo dal cielo.
Questo cui io ora accenno è uno dei più alti misteri della iniziazione alla verità assoluta.
Il sogno di ogni profano è il possesso della femmina: le leggi, le religioni, la morale pubblica ammorzano quel fuoco che cova in ogni cervello. Ma se in magia si procede con il sacro pizzicore della carne, si sdrucciola nella china delittuosa della maggiore delle colpe, la magia nera.
Come esistono due amori, coesistono due magie, quella della virtù e quella del peccato la santa e la diabolica, la bianca e la nera la magia del cuore e quella della testa, la prima raggiante luce, e la seconda corneggiante come il becco di cui faceva parola il Boccaccio poc’anzi.
Dei due amori il primo è eterno, dura attraverso molte esistenze terrene, e se in alcune resta sopito, in altre divampa, ma il secondo è temporaneo,

…assai di lieve si comprende,
Quando in femmina fuoco d’amor dura
Se l’occhio e il tatto spesso non raccende.


Se la mitologia pagana dovesse prendersi alla lettera, Giasone amò con il cervello tre donne Isifile, Medea e Creusa – ma col cuore Ero amò Leandro.
L’angelo dell’amore puro è Anael, i due demoni, maschio e femmina, della sensualità sono Samael, l’angelo della morte e Lilith, la pulcrissima e seducente Dea dei succubi[14].
Anael è creatore, Samael è distruttore: le antiche tradizioni ebree dicono che il serpente della seduzione adamitica, che aveva testa di uomo, è Samael. Infatti l’atto impuro dell’amore animale tende a produrre per mezzo dell’amplesso nuova messe alla falce della morte: se gli spiriti non diventassero carne, la falce non li raggiungerebbe certo.
Ma orrendo a visitarsi tutto l’inferno delle basse passioni umane! Dante della Lonza ha paura, e l’ostacolo grande all’ascenso magico è in quel vago odore di becco che prende tutte le miserabili membra della umana società – per il quale fiuto, le consuetudini sociali ci insegnano due morali, quella che in pubblico predica la rispettosa osservanza della donna altrui, e l’altra che lascia in cuor d’ogni uomo bruciar il piccolo orgoglioso incendio che consiglia di dar la caccia alla donna piacente, come i cacciatori all’uccellame dei boschi. – Ed ogni donna la quale nello esempio del libertinaggio degli onesti gentiluomini, sente per lunga pratica pascere la sua fantasia, pur con le parvenze della Lucrezia in pubblico in privato si lamenterebbe del villano che non le usasse piacevolmente violenza; e l’uomo che ispido non Le mostrasse il ghigno bavoso del caprio, al sole dardeggiar di due occhi cupidi sarebbe stimato anche peggior del peggior dei frati – i quali hanno da tempo immemorabile buona nomea di cercatori di carne da mandare in paradiso di Maometto. Così il contrasto delle due morali: la prima fa cenno d’impedire ciò che la seconda desidera e provoca in secreto e si accendono i moccoli a tutte le piccole industrie del maleficio e dell’arte divinatoria, dalla cartomanzia alla mal’arte dei filtri, pur di arrivare a possedere non il cuore, ma il cervello di un uomo o di una donna che si desidera col cervello.
La lotta leggendaria tra gli angeli fedeli e i ribelli è la lotta tra le due morali. Anael,
l’angelo della purità è contro Astarte, la Dea della impudicizia e della sensualità.
Miszrael, il soccorso di Dio, scende a impedire le cadute: una mano che trema perché si avvicina alla violazione della legge dello spirito, trova in questo raggio della Divinità la mano angelica che la guida nel rifugio della fede mistica e della bontà assoluta. Così i trepidanti ritornano a Dio: l’angelo Miszraël dà li coraggio del pentimento e parla all’orecchio delle donne disilluse o ingannate la soave parola del perdono e le fa promettere di non peccare mai più, mai, perché chi è con lo spirito non ritorna nella voragine della passione e del peccato.
Il dramma delle coscienze è il più tremendo: gli uomini e le donne che hanno sentito lacerato dalla disillusione l’animo afflitto da un tradimento, o che non hanno pianto mai come nel momento che sono ritornate alla calma dello spirito dopo un’ orgia di pensieri ed invocazioni peccaminose, o che hanno piagata la fede nell’umanità il giorno che freddamente ne hanno viste le laide viltà, hanno il loro momento terribile, il loro dramma dell’animo, in cui come Giacobbe combattente con lo Spirito, domandano all’angelo del soccorso di Dio la fede, la pace, il perdono. E Miszraël non si fa attendere. L’epilogo del dramma dello spirito porta le stigmate del dolore, e il dolore invecchia e gli spiriti invecchiati non peccano!
Certe vite tempestose, che le passioni han trafitto dieci volte alternando delizie e cordogli approdano all’ascetismo più sentimentale e trovano il rifugio naturale nella fede: quando Severino Boezio era in carcere, la consolazione della filosofia gli giunse come un balsamo: era Miszraël che stendeva le sue ali sulla catastrofe di quella vita sorta nel fasto e tramontata nel carcere.
"Di che ti addolori tu, o anima piagata dalla sventura? Della ricchezza perduta? Della gioia sparita nella tua casa? Del tradimento della creatura che volevi solo per te? Tutto è vanità, tutto è sogno, tutto è fantasia malata: la verità è nella vita dello spirito, di sopra a tutto il fango della materia impura. Prega, flagellati, astienti… chiudi la tua anima nel mistico velo della fede e spera.".
L’anima fiaccata sente nell’angelo la voce amica: che le importa più della materia che la ha tradita?
Ma il demonio beffardo, il signore della Materia, cornuto o lascivioso come il caprone, il Signor Astaroth fa l’eco e sghignazza:
– Bravo! Povera bestia, diventi frate per non essere riuscito un diavolo fortunato… fatti accalappiare dalle belle parole, il mio impero è questo. Qui, materia, sono io che comando: ricordati la tromba di Trimalcione che avvisava delle ore perdute! E troppo breve la tua vita e un minuto che passa senza il godimento non lo riafferri più. Se volevi salmodiare con gli angeli perché sei venuto nel mio impero di fango?
Nei teatri, dal Melodramma alla tragedia popolare, dal Trovatore ai drammi sensazionali delle Arene, gli spettatori han presa la forma di maniera della strega o fattucchiera.
Una caverna, in sito solitario nei pressi di un camposanto, delle pareti affumicate e tetre. Una pentola bolle su d’un fuoco di legna crepitanti, nella pentola ossa di morti, sangue di pipistrello, il cuore di qualche bambino ucciso, e tutto con verbena e salvia e funghi velenosi. In un angolo della caverna ossa e teschi di animali felini, un gatto inchiodato vivo al muro, e che ancora si dibatte e si lamenta in lunga terribile agonia. La testa di una civetta conficcata alla roccia, delle serpi velenose in una nera olla di terra rossa.
I capelli discinti. La vestaglia nera, sulla quale i rossi caratteri della violenza e dell’odio, la strega impugna la sua verga e chiama il tremendo demonio della lussuria e della morte. Samael è là.
Gli spettatori non fremono.
Qualcuno ride.
Al morire di questo secolo di lumi, sciocco sarebbe un pubblico civile che credesse a tutto quello spettacolo di evocazione fantastica, eppure la scienza, progredendo, dimostrerà due cose:
1) Che il maleficio stregonico è perfettamente una possibilità, della psiche umana invertita al male;
2) Che il maleficio e la stregoneria, nei tempi del progresso si può compiere senza cuori di neonati, né di polvere di morti, senza caverne nelle rocce e senza il guizzar dei lampi a mezzanotte, e che si può essere una strega o uno stregone, pur vivendo la vita elegante della buona società, e pur conservando tutta l’apparenza della gente modesta.

 

IV


L’«envoùtement», di cui tanto si è discorso nei moderni libri e che le esperienze della esteriorizzazione del corpo fluidico pubblicata dal Colonnello de Rochas già cominciano a far veder possibile agli occhi del profano studioso, é una stregoneria che si faceva e si fa per l’amore e per la morte in due modi diversi. Io dirò in questo caso tutto il modo di compiere la fattucchieria, per far comprendere in che consista, ma non dirò il secreto di cui si servono quelli che la tentano sicuri che il risultato riesca inevitabile.
Prendono un pezzo di cera nuova, cioè non ancora lavorata (se è maleficio d’amore), o un pezzetto di moccolo consumato innanzi ad un cadavere (se è maleficio di morte) e ne fanno un’immagine, battezzandola col nome o coi nomi della persona su cui agire; indi con una spilla trafiggono il cuore o i genitali di colui o colei di cui si vuole aver ragione, e ripetono tante volte l’operazione fino a che non siano visibili gli effetti.
Questo maleficio di amore o «involtamento» può avere due scopi:
1) Scuotere la fibra del maleficiato tanto da farlo venire alla persona che lo desidera;
2) Renderlo impotente all’atto di amore sessuale.
Questo secondo fatto corrisponde ad una maniera di far maleficio nel campo stregonico, che si conosce sotto il nome di far nodi o annodare.
È chiaro che se l’operazione dovesse eseguirsi solo e tal quale io l’ho detta, tutti riuscirebbero, in modo tanto semplice ed economico ad ammazzare un uomo e ad innamorare una donna; ma il secreto è in quel battesimo del pupazzetto di cera che pochi conoscono bene. Alcuni sono ricorsi ai cattivi preti che per poche lire non hanno avuto vergogna di profanare il loro sacro ministero e hanno ripetuto il battesimo della persona su cui si indirizzava il maleficio alla statuetta, per lasciare allo stregone la certezza di agire utilmente. Altri hanno impastato con la cera i capelli della vittima altri qualche cosa di peggio. Ma tutti questi metodi sono empirici – vi è un modo, (ed il lettore comprenderà facilmente perché non deve essere manifestato da quelli che l’indovinano o lo intuiscono) che stabilisce la esatta corrispondenza tra la statuetta di cera e la persona su cui si vuole agire, in maniera che ogni atto compiuto sulla maschera della persona si riproduca sulla persona stessa. Paracelso si serviva di questo processo per ottenere le sue maravigliose guarigioni – e il metodo rivolto al male, produce il male.
Questo stabilire una corrispondenza reale tra un’immagine e la persona che l’immagine rappresenta, è stato studiato con molta oculatezza: la parola envoûtement stessa ne vuol far comprendere tutta l’importanza, perché suol riferirsi al volto del maleficiato. Quindi in-voltamento (francese envoûtement), cioè corrispondenza per rassomiglianza, perché la maggiore o minore rassomiglianza del pupazzetto alla persona su cui si vuole agire, rende in ipotesi più o meno probabile l’effetto. In italiano, come ho detto anche altrove, non v’è parola che risponda con esattezza a questa francese; v’è maleficio e malìa: quella che più si avvicina è fattura, nel significato di stregoneria compiuta contro una persona per le fattezze o sembianze di quella, ed è parola della ottima lingua italiana del Sacchetti e del Boccaccio: così v’è anche il verbo affatturare. Ma envoûter per la gente che ama l’esotico più del patrio, dev’essere meglio digeribile che non fattura, parola caduta in bocca anche al minuto popolo in tale significato, e avverrebbe che, pel solo fatto della fortuna delle parole, i dottori non ne vorrebbero intendere.
I procedimenti per compiere i maleficii sono vani e in queste fatture per amore si riscontrano tutte le fasi di magnetizzazioni in lontananza. Gli adepti della magia nera si servono di evocazioni di demònii (dico demònii per indicare i dèmoni con tendenze ostili all’uomo) o spiriti forti di materialità che arrivano a produrre un turbine nell’organismo fluidico del maleficiato. Aiutano le evocazioni con atti di magia cerimoniale, con caratteri e cifre le più energiche in manifestazioni di potestà in lontananza, con parole potenti che i maghi neri sanno pronunziare come emittenti forze e volontà fluidiche e con suoni o rumori atti a produrre tali vortici da impestare una creatura debole nella tela invisibile della malìa.
Il solo fabbricare un pupazzetto di cera e battezzarlo con un battesimo di prete non toglie e non mette gran che. Bisognerebbe innanzi tutto che il cattivo sacerdote fosse un mago nero, diversamente il semplice atto di amministrare un sacramento ad un corpo senz’anima, lo mette fuori la liturgia santa della chiesa e il suo battesimo e lo stato di corrispondenza sono nulli.
Il mettere, impastato con la cera, capelli o unghie o sangue della vittima presunta non è efficace se – nella operazione – tutte le cose non si fanno scaldare con gli intingoli attivi degli spiriti coercitivi delle volontà degli altri, o spiriti perturbatori della sensualità i quali demònii, come con preghiere vengon giù gli angeli, per imprecazioni si scagliano contro la persona che impreparata a riceverli non li respinge e tenderebbe respingerli inutilmente.
Io non scrivo il romanzo e ciò che scrivo serenamente, s’intenda con serenità oggi se ne occupano appena pochi dei profani, ma se venisse nelle scuole di medicina accertato che il maleficio è una verità e che molte malattie inesplicabili ai medici meglio diagnosticanti sono prodotte da cause delle quali la scienza officiale non vuol sentir parlare come di certezze, i codici moderni dovrebbero occuparsi dei maghi neri e sua eccellenza Zanardelli copiare le leggi di Rotari dei Longobardi o i più moderni per rimettere in opera la cremazione pubblica dei maleficianti e degli stregoni!
Queste fatture d’amore, molte volte fatte imperfettamente da inabili ed inesperti stregoncelli, producono altri disturbi fisici che non hanno niente a vedere con la passione che si vuol generare e le persone desiderate molte volte sono colpite a morte.
Conobbi una signorina la quale cadde inferma di un inesplicabile malore pochi giorni dopo aver espulso dalla sua casa un pretendente alla sua mano. Il suo malore cominciò con un sogno lucidissimo, che le fu sempre presente agli occhi nella sua realtà paurosa.
Sognava di riposare nel suo letto, e che una mano le si era posata sul torace, una mano vellosa, come la zampa di un orso. La mano diventava più pesante e la pressione terribile: nel sogno ella afferrava, la mano per tentare di liberarsene, apriva gli occhi e la faccia di una vecchia orrida e sdentata si avvicinava alla sua faccia, sghignazzando certe maledizioni incomprensibili… il risveglio fu doloroso.
Otto giorni più tardi il sogno si ripetette variando la sua forma. Lo spasimo fu identico; ma la vecchia, la stessa vecchia le lacerava con un coltello sanguinante le vesti verso il cuore e le diceva sommessamente: "tu non amerai che X, e X sarà la tua passione.".
Da quel giorno la signorina non ebbe più una ora di pace: ella non amò e non desiderò il fidanzato d’allora, ma la sua salute si ridusse agli estremi e per cinque anni percorse le anticamere dei medici più in voga. A chi l’ha raccontata, la storiella è parsa roba da femminuccia; parecchi l’han detta ammattita; in realtà non è stata che vittima di un maleficio d’amore pessimamente eseguito per quanto potentemente compiuto.
Le facoltà mentali della paziente deperirono gradatamente, e due notti prima di morire sognò un’altra volta la sua visitatrice invisibile che le diceva le stesse parole di cinque anni innanzi!
è un fenomeno di follia o è un atto di violenza che persone malvage hanno adoperato contro di lei?
I demònii o spiriti malvagi, che ordinariamente si scagliano contro le persone che si designano a vittime di maleficii, non sono degli spiriti di ranocchi, sono le creature vitalizzate dell’astrale che colpiscono il perispirito o corpo fluidico di una vittima fino ad ucciderla!
All’epoca di Caterina dei Medici in Francia sotto i regni di Enrico III, Carlo IX e Enrico IV, questa maniera di stregare a morte era diffusissima. Pare che nel Medioevo in Italia dovesse essere conosciuto molto il metodo, perché un recente studio ha posto in vista un malefizio che Galeazzo Visconti voleva commettere contro il Papa Giovanni XXII, tanto che Dante Alighieri che pare avesse fama di mago molto esperto, fu interrogato se volesse battezzare (o meglio come allora si diceva italianamente incantare) la statuetta d’argento del Papa[15].
Ma in genere di ricordi storici, va menzionato il Processo della Monaca di Monza nel quale la Signora, di cui si occupa Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, ai giudici confessò che traverso la grata del parlatorio l’amante suo le aveva dato a baciare un oggetto di forma indistinta, il quale nelle vene le pose tal foco che da quel giorno, quand’anche ai convegni non avesse voluto andare, si sentiva tirar per forza e contro volontà sua[16].
Questo appartiene già a un secondo modo di vincere la resistenza delle donne deboli di cui si occupa la stregoneria – e fa parte, senza perfettamente esserlo, dei filtri o beveraggi amorosi, di cui l’esistenza da tempo immemorabile si ricorda.
I filtri sono veri veleni magici, elissiri che agiscono sul cervello delle persone che ne sono tocche e che l’assorbono.
I filtri si adoperano in due maniere: o facendo che all’insaputa sua l’uomo o la donna ne beva, o spandendoli nei siti dove di costume la vittima permane.
Da ciò si arguisce che i filtri o si compongono di quei tali veleni introvabili nelle analisi chimiche, di cui si dicevano possessori i Borgia, o di veleni psichici che raggiungono il cervello per mezzo delle narici.
Il secreto di manipolazione di questi filtri energici e potenti è nella determinazione della volontà potentemente magnetizzata dello stregone sulla lambiccazione di sostanze organiche, animali e vegetali, indirizzata a coercire una volontà più debole. Gli antichi almanacchi e i libri di meravigliosi secreti presentano molte ricette per la fabbricazione dei filtri: ma il filtro più potente è il bacio di satana, cui allude la Monaca di Monza.
Questo maleficio si faceva così. Si costruiva una grande medaglia, generalmente di rame, come quella dei santi, che si apriva in due dischi combacianti. La faccia esterna portava incise o a rilievo le più ispide figure demoniache e priapee, e nell’interno un vero reliquiario diabolico, impregnato di odori e acque filtrali che agiscono sul cervello della disgraziata.
L’oggetto si dava a baciare, e lo si teneva quanto più si poteva accosto alla bocca e alle narici della persona. L’avvelenamento era compiuto così.
Chi è al corrente dei moderni studii sull’ipnotismo sa degli ultimi esperimenti fatti in Francia e riprodotti e controllati in molti laboratorii. Cioè quelli del Luys e di suoi collaboratori sull’azione curativa dei medicinali a distanza: – ebbene la cosa più semplice ed iniziale è già alla portata di ognuno, col perispirito o corpo fluidico o corpo astrale si possono bere le proprietà tossiche o salutari di corpi naturalmente utili o velenosi al nostro organismo.
Se non che per ora non si sa che questo, che per mettere in contatto un veleno col corpo fluidico di una persona, la si deve porre in istato di sonnambolismo. Mentre appartiene al novero dei secreti della magia operante (secreti che danno tanto sui nervi a chi non vuol sentir discorrerne in tempi in cui tutti credono lecito di sapere e divulgar tutto) un metodo semplicissimo col quale si può avvicinare il corpo fluidico di una qualunque persona senza porla in istato ipnotico.
Il ricettario di questi veleni psichici assumerebbe proporzioni vaste se se ne dovesse scrivere.
I veleni potenti dei tre regni vi trovano il loro posto: dalla cicuta al giusquiamo, dallo stramonio al cianuro di potassio, dai funghi al veleno di vipera niente ha arrestata la passione avvelenatrice che ha trovato nelle streghe e nelle male femmine prezzolate, strumenti di proiezione malefica sopra povere ed innocenti creature.
I filtri sono per l’amore ma il nome di filtro è anche preso nel più largo senso di bevanda malefica e contiene tutti gli ingredienti, dal veleno reale al veleno ipotetico dall’estratto di erbe velenose alla polvere di ossa di morti.
Bevuto un veleno preparato così, è indubbio il suo effetto letale; ma gli stregoni o maghi neri, possenti nelle loro pratiche, non fanno bere i loro filtri né ne cospargono le vivande dei nemici. Basta che l’acqua filtrale sia sparsa in un luogo dove la vittima può respirarne insensibilmente una particella e l’effetto è ottenuto.
È il veleno o il vapore dei veleni che uccide o ammàlia o perturba?
Non sempre.
Come per le fatture, cosi pei filtri. Dall’acqua velenosa escono terribili quei demònii cui non crede ancora la scienza officiale – e la vittima è colpita senza difesa!
I Rosa+Croce di Francia hanno assunta la missione di combattere dovunque il maleficio, e novello tribunale spirituale, assistere alla difesa degli innocenti: alto ideale!

 

V
 

Ma dunque è possibile tutto questo? Non è la resurrezione di un sogno?
è verità. L’avvenire la dimostrerà scientifica e la gente che ora ne ride motteggiando incredula, non ne riderà più.
Per liberarsi da ogni maleficio di amore del cervello altrui, bisogna non desiderare il vizio e amare come gli angeli, col cuore.
Anaèl è l’angelo grande dell’amore di Dio. Le chiese ne fanno il loro sacramento invocandone la fedeltà e la purità nell’amore coniugale. Miszrael è la consolazione degli afflitti.
Samael è l’angelo della morte; Lilith il demonio della Lussuria.
Astarotte, che si dipingeva a cavallo di un drago con una vipera nella mano, è il demonio della materialità, il più popolare tra i maghi neri e tra le streghe. Un diavolo epicureo, un buon diavolo, ma un diavolo sempre.
Mi manca la penna di un artista per descriverlo; ma chi sente come la psiche medievale rivolgesse nella tela di ragno di un mistero bestiale la evocazione demoniaca di questo idolo filisteo, può farlo senza di me. Astarotte è servito di tetro ornamento a tutte le favole religiose e gli esorcisti dell’oscurantismo della ragione della fede, che durò in Europa fino al secolo XVIII, lo cercavano dappertutto.

Ora non lo si evoca più, il gran Signore della tregenda! Lo spiritismo invoca le anime che moralizzano e dimenticano le ossessioni di diciotto secoli demonomani! Dopo la caduta dei numi gentili, la ragione umana ha infranti i simulacri delle passioni nei demònii seduttori, i nomi dei quali tratti dall’ebreo, dal fenicio, dal siriaco e da lingue non mai udite, imperarono sulla coscienza di tutti i paurosi come spettri poliformi. Però coloro che oggi si assidono a increduli, a sperimentatori e a filosofi
della natura sensista non devono obbliare che alla coorte dei demònii beffardi, rappresentanti della lotta contro la fede officiale in tutte le epoche, essi debbono la rivoluzione intellettuale dei nostri tempi che gli angeli della logica della scienza già salutano!
Ma fino a che vi è materia, una parte dell’umanità ama coi demònii, invertendo all’egoismo tutta la potenzialità della psiche.
L’umanità si dibatte tra Angeli e Demònii, tra il peccato e il vizio: tra il desiderio concupiscente e l’amore in Dio, l’amore del cuore, che è sacrificio di fronte all’altro che è diletto e che la chiesa bandisce come colpa.
Per liberarsi dall’amore del cervello bisogna pregare ad Anaél, cosi:

"O angelo che sei l’amore di Dio, la umana fantasia è lorda dalle sensazioni cocenti della carne, fa che io non ami per piacere d’amore e che quando la carne pecca il mio spirito voli a te.".

Infatti l’igiene insegna che quando alla sensazione della carne, l’uomo accoppia tutta la raffinatezza del godimento spirituale, l’atto non è secondo natura ed ha conseguenze patologiche.
Lo spirito invochi l’angelo, e la carne il demonio; ecco l’eterno contrasto del bene e del male, dell’ideale e della materia!
 

Giuliano Kremmerz
 

 


NOTE

[1] – Amore senza sacrificio di sé stesso o di parte di sé, è un non senso. Chi dice di amare senza donare il suo io all’amante, non ama. Chi si immola alla persona amata compie il più grande atto di amore. La gelosia, sentimento restrittivo dell’amore al possesso, non è testimone d’amore, perché desidera il contrario dell’amore: immola cioè al proprio desiderio la libertà di affetto della persona che si ama.

[2]In pratica, coi moderni studi demografici, si vede quanto sia falso questo luogo comune della filosofia volgare. I progrediti limitano la prole, non progrediti subiscono la conseguenza dell’atto animale, e i più brutali, delinquenti nati, se ne sbarazzano con la violenza. Tra i civilissimi che intelligentemente cercano di limitare la prole e i violenti che sfidano l’umana giustizia, l’atto di delinquenza è lo stesso se si vuol ritenere che sia delitto sociale, cioè verso la società, il sottrarle la vita di sue unità. L’amore per la prole, quando la prole non è in mente a nessuno dei coniugi o individui che ne fanno funzioni, è assente perfet­tamente. Negli amori furtivi, se un’idea impera, è la paura della prole. Ma il concetto della perpetuazione della specie è religioso, religiosamente trasmesso nei popoli in cui la filosofia non ha gettato le verità sacerdotali in pasto alle passioni animali delle turbe.

[3]Programma del Mondo Secreto, 1897.

[4]Il linguaggio dei poeti antichi era il sacro e la scienza di interpretazione dei libri classici ve­ramente per la forma e il loro contenuto, appartiene alle altissime del tempio iniziatico. La Bibbia, anche nei libri suoi più recenti, dovrebbe essere interpretata così e poi svelata alla gente attonita per vedere quali cantonate abbiano prese i traduttori del Loke disprezzando la filosofia naturale della Genesi. Il Virgilio e Omero scrissero nell’identico modo delle cose sacre antiche: tutta l’epopeia troiana e la venuta nei lidi del Lazio della gente Enea, è una storia sacra della filosofia occulta, di cui, scrivendone oggi, non si troverebbe certo un pubblico di dieci persone atto a intenderla. A tal proposito ho letto una traduzione jeratica della Cantica dei Cantici fatta dal sig. Giustiniano Lebano, dottamente compiuta con disamina del linguaggio sacro; ma quanti l’hanno capita?

[5]Non vi è questione più interessante di questa. L’animo umano con le lesioni dei lobi cerebrali, delle meningi, o con le profonde lesioni organiche è ferito? è ucciso? La filosofia materialista dice di sì, perché l’uomo pei materialisti è l’organismo animale nelle sue funzioni umane: mentre per la verità non è così. L’uomo colpito da paralisi non parla o non si muove. è alterata la intima struttura dalla sua psiche, è distrutto il suo spirito? No, ciò che è distrutto è il legame cioè l’autorità di presa dello spirito sul corpo – legame plastico che può indebolirsi gradualmente come nelle atassie volitive e progredienti, o spezzarsi tutta una volta come nelle morti fulminee. Le paralisi parziali sono distacchi parziali della autorità di possesso dello spirito, sui mezzi atti a manifestare le sue sensazioni. L’effetto che la vista di un malato produce sui sani è che lo spirito dell’ammalato è turbato; mentre in realtà non è tur­bato che il mezzo di comunicazione tra lo spirito e noi, e noi ne vediamo le manifestazioni attra­verso lo stato del suo turbine sensorio.

[6]Ciò che noi dimentichiamo in apparenza, il nostro spirito non dimentica. L’immagine dimenticata apparentemente vi assale nel momento della vostra evocazione involontaria. Si è ripetutamente osservato, che i moribondi hanno istanti di lucidità in cui tutto veggono chiaro: ciò è perfettamente vero prima di passare il fiume Lete, il corso delle acque nere dell’oblio. Letizia, parrebbe venire dà lete, il dimenticare: l’uomo che non dimentica non è mai allegro.

[7]Coloro che tutto spiegano con la telepatia direbbero che il Lamartine ha potuto vIsitare e conoscere quei luoghi in istato di sonnambulismo lucido naturale, dormendo o sonnecchiando. Questa sarebbe una ipotesi, della quale non potrebbe provarsi che sia proprio così.

[8]Il feto è divino, perché rappresenta il risultato di ciò che anteriormente è stato preparato. In natura tutto è causa ed effetti: seminate e raccogliete. Sarebbe strano che voi seminaste piselli e spuntassero fragole! Il fatale della pianta è di dare il suo frutto. Il fico che non dà frutto è maledetto, perché è causa senza effetto.

[9]Non parlo dei preti che esercitano il mestiere del sacerdote: ho conosciuti di quelli che non solo non sanno quello che fanno celebrando la messa, ma che non vi credono, quasi che l’atto non abbia valore. Invece essi non s’avveggono, loro malgrado, di essere strumenti ciechi di una pratica magica che li attira e li aggioga. La messa dei morti, quella che si compie secondo il rituale cattolico, quando è recitata o cantata con tutta la intenzionalità magica del rito è una vera operazione di psicurgia cerimoniale, dalla quale per passare alla evocazione non corre che poco. Maggiormente è puro il sacerdote celebrante e maggiore efficacia spirituale ha la messa che si celebra: se non che l’iniziato non deve ascoltar la messa recitata da un prete impuro, non solo, ma assistendo al sagrificio della messa deve seguirlo passo passo, interpretandolo secondo il suo significato vero, e all‘Orate fratres' gli è lecito, se attivo, di invertire tutta l’anima dell’uditorio al fine della sua intenzionalità. e far compiere l’operazione della catena fluidica a beneficio della mano-agente. Perché deve ben distinguersi che la magia rispetta tutte le religioni classiche e il cattolicismo è classico per il rituale pagano e cristiano trasfusovi dai primi se­coli e perpetuato fin'oggi; il mago se ne serve in­telligentemente.

[10]Lo Strozzi citato nel Dizionario Infernale ricorda un castagno presso Piacenza al piede del quale nel raggio di un largo circolo non cresceva erba, perché i maliardi vi ballavano nelle loro orge. Nel mezzogiorno d’Italia ho sentito di un tradizionale Noce di Benevento su cui si sono stam­pati perfino dei libri, e a Napoli un incantesimo recitato da certe streghe da strapazzo innanzi a me, finivano col ritornello in segno di posta:

…Sopra l’acqua
Sotto il vento
Sotto il noce di Benevento…

[11]La Messa nera era la messa stregonica con un rituale fantastico ed osceno che qui non è il luogo di ricordare. Tutte le leggende fratesche e diaboliche del medioevo han tirato in ballo sempre il Tentatore nelle chiese per disturbare la celebrazione della messa. Qualche moderno identifica in Oros il demonio della distruzione, il cui forte desiderio è di opporsi al Dio Cristiano. Ma la demonologia è malamente compresa!

[12]I domenicani di Schwerin nel Mechlemburgo ­avevano un diavolo servitore chiamato Puck. Sotto la figura di una scimmia egli girava lo spiedo, spazzava la cucina e tirava l’acqua dal pozzo. Un monaco scrisse: “Veridica relativo de demonio Puck”. Che buon diavolo!

[13]Nel Mondo Secreto (anno 2°, fascicolo 1) si è pubblicata l’effigie del Bafometto dei Templari. Il mostro dalle corna adunche, con le prominenze falliche e i piè caprini, ha il suo insieme di becco-uomo. Questa figura si diceva adorata dai Templari. Ma la loro parta di lussuria sacra l’hanno avuta tutti gli antichi tempii gentili. Le feste priapee, i misteri di Eleusi, i saturnali, erano rituali. Tutte le forme del diavolo in tutte le religioni avevano del becco. Il Moloch degli Ammoniti aveva la testa di vacca; Belfegor dei Palestini più si avvicinava al caprone. Certo è che il becco fu tenuto sempre come espressione di lascivia sopratutto nel simbolismo delle religioni antiche. Come poi entri il becco nel rituale della realizzazione magica, que­sto, per non generare errori, è riserbato a chi stu­dia di magia.

[14]Incubi e succubi che cosa sono? Dicono i medici che sono i simboli di indigestioni violente, i cui effetti si ricavano nello spasimo del sonno degli indigesti – ma cotesti medici confondono il bernoccolo di Adamo con il piffero di Silene. I medici vogliono avere idee di succubi e incubi negli ospedali, dove incubi e succubi non vanno. I demonologi dicono che sono spiriti di demonii maschi o femmine che fanno all’amore coi figli o le figlie degli uomini. Ma che esistano spiriti con forti ten­denze di lascivia è fuor di dubbio, quantunque non manchino esempii di stregoni e di streghe che di notte visitavano (e visitano) i loro prediletti sotto forme fluidiche. Storie incredibili!

[15]L. Esquieu, ‘Papa Giovanni XXII e le scienze occulte’;  e nella Rivista d’Italia (fascicolo 15 mag­gio 1898) un articolo del signor Della Giovanna su Dante mago.

[16]V. Tullio Dandolo, “La Monaca di Monza”.

Hermes ed Estia – Kate M.

di Kate M.

Hermes ed Estia

Nel mondo antico la rappresentazione divina era complementare alla personificazione di Forze, universali e potenti, legate simbolicamente a virtù dell’anima umana e analogicamente corrispondenti a leggi macrocosmiche che riflettono la loro valenza sul microcosmo uomo. Hermes o il latino Mercurio, iconograficamente rappresentato come il Dio dalle ali ai piedi, é il più fuggevole e indefinito fra le divinità appartenenti all’universo mitologico greco-romano. Visto come l’intermediario fra uomini e Dei dell’Olimpo, come il protettore del commercio per le sue doti di sagacia e astuzia, come colui che guida durante i viaggi, come l’accompagnatore nel mondo dell’oltre, come il Dio della scrittura e della sepoltura dei morti. Tanti epiteti, tante funzioni, tante virtù e capacità. Nello Stobeo, durante il dialogo fra Iside e Horus, Hermes viene descritto come il detentore della verità invisibili agli occhi umani, celate perché conquiste per simpatia e amore delle anime evolute; Hermes é l’unico a poterne mantenere il segreto.