• Home
  • Blog
  • Favole, miti e leggende dell’antico Egitto – E.Brunnet-Traut

Favole, miti e leggende dell’antico Egitto – E.Brunnet-Traut

a cura di Emma Brunner-Traut

INTRODUZIONE

La lettura del pregevole testo, edito dalla casa editrice Newton&Compton a cura di Emma Brunner-Traut, è una veria leccornia per gli appassionati dell’antichità egizia, per immergersi per qualche tempo nell’appassionante atmosfera della mitologia e della vita quotidiana di questo straordinario popolo. Riportiamo tre capitoli, invitando chi fosse interessato ad acquistare il testo completo.

 

Capitolo 32

La principessa indemoniata

 

Era il tempo di re Ramesse II, che ha i seguenti nomi: Horo, forte toro, con belle corna, solido nel suo regno come Atum; Horo dorato, dal braccio possente, vincitore dall’Arco-dei-nove, re dell’Alto e del Basso Egitto, signore delle due terre; “Weser-Maat-Râ Setep-en Râ”, “figlio carnale di Râ”; “Ramesse Meri-Amon”, amato da Amon-Râ, il signore del trono delle due terre e dell’intera Enneade di Tebe.

Il dio perfetto, figlio di Amon, discendente di Râ-Harachte, brillante rampollo del signore dell’universo, creato da Kamutef; re d’Egitto, signore dei deserti, principe costruttore dei Nove Archi: al quale, quando era appena venuto alla luce, furono preannunciate le vittorie; al quale fu predetto eroismo, quando era ancora chiuso nell’uovo; toro coraggioso quando compare sul terreno di battaglia; dio-re, che il giorno della vittoria si presenta come Month, grande di forza come il figlio di Nut.

Mentre sua maestà come ogni anno si trovava a Naharina (Mitanni), dall’estrema frontiera del nord si presentarono a lui i principi di quelle terre e si inchinarono pacifici dinnanzi al fulgore di sua maestà. Gli portarono in dono oro, argento, lapislazzuli, turchesi, tutti i legni (pregiati) della terra divina erano sulle loro schiene e ognuno superava l’altro.

Anche il principe di Bachtan fece portare i suoi doni e mise la figlia maggiore all’inizio della carovana, quando arrivarono per omaggiare sua maestà e per chiedergli il soffio vitale. Al cuore di sua maestà la donna apparve bella oltre ogni dire, più di qualsiasi altra cosa al mondo. Le fu dato il seguente appellativo: “Grande moglie del re, Nofru-Re”. E quando il sovrano tornò in Egitto, fecero per lei tutto quanto si era soliti fare alla moglie di un re.

Nell’anno quindicesimo, il ventiduesimo giorno del secondo mese estivo, mentre sua maestà si trovava a Tebe, la vincitrice, la signora delle città, per occuparsi del culto di suo padre Amon-Râ, il signore delle corone delle due terre (Tebe), presso la bella fortezza di Opet (Luxor), in meridione, il luogo da lui preferito dall’inizio dei tempi – (successe allora) che vennero a dire a sua maestà: «Un messaggero del principe di Bachtan è venuto con molti doni per la moglie del re».

Fu condotto con i doni da sua maestà e, rendendogli omaggio, disse: «Io ti lodo, o sole dell’Arco dei nove! Ecco, noi viviamo grazie a te!».

Parlò baciando la terra davanti a sua maestà e aggiunse: «Sono venuto da te, principe, mio signore, a causa di Bentresch, la sorella più giovane di Nofru-Re, moglie del re, poiché una malattia si è impossessata del suo corpo. Sua maestà invii un medico esperto affinché la visiti!».

Il re rispose: «Siano chiamati i dotti della Casa della Vita e i funzionari della residenza!». Costoro furono immediatamente condotti da lui e sua maestà disse: «Ecco, questo è il motivo per cui siete stati chiamati: portatemi qualcuno di voi, che abbia il cuore esperto e dita abili nello scrivere».

Venne allora lo scriba reale Thot-em-heb e sua maestà ordinò che andasse a Bachtan assieme al messaggero.

Quando il dotto giunse a Bachtan, scoprì che Bentresch era posseduta da uno spirito e si accorse che questo spirito era un nemico contro il quale bisognava combattere.

Il principe di Bachtan rimandò nuovamente il messaggero da sua maestà a dirgli: «Principe, mio signore, che sua maestà mandi un dio a combattere contro lo spirito!». Questa ambasceria raggiunse sua maestà nell’anno ventiseiesimo, nel primo mese estivo, durante la festa di Amon, mentre egli si trovava a Tebe.

Sua maestà si rivolse a Chons-di-Tebe-Neferhotep con le parole: «Mio buon signore, mi rivolgo a te per via della figlia del principe di Bachtan». Chons-di-Tebe-Neferhotep fu portato da Chons-il-benefattore, il grande dio che scaccia i demoni e sua maestà parlò dinnanzi a Chons-di-Tebe-Neferhotep: «Mio buon signore, se rivolgerai il tuo viso a Chons-il-benefattore, il grande dio che scaccia i demoni, lo lasceranno andare a Bachtan». Il dio annuì due volte, molto chiaramente.

Sua maestà disse allora: «Proteggilo e io personalmente lo manderò a Bachtan, per salvare la figlia del principe di questa città». Chons-di-TebeNeferhotep per due volte fece violentemente cenno di sì. Poi costruì quattro protezioni per Chons-il-benefattore-a-Tebe.

Sua maestà ordinò quindi, che Chons-il-benefattore-a-Tebe fosse accompagnato da cinque barchette, da un carro, da molti cavalli occidentali e orientali (per le vie terrestri) e da una grande barca.

Trascorsero un anno e cinque mesi e finalmente il dio arrivò a Bachtan. Il principe di Bachtan si presentò a Chons-il-benefattore-a-Tebe con i suoi soldati e i suoi dignitari e si prosternò dicendo: «Sei venuto a noi e ti sei rivelato benigno grazie all’ordine di Weser-Maat-Râ Setep-en Râ, re dell’Alto e del Basso Egitto».

Il dio andò poi da Bentresch. Fece una difesa per la figlia del principe di Bachtan e lei guarì immediatamente.


Fig. 1
Figura femminile dipinta sul fondo di una ciotola.

 

Lo spirito che l’aveva posseduta, disse poi a Chons-il-benefattore-a-Tebe: «Benvenuto in pace, grande dio che scacci i demoni! Bachtan saràd’ora in poi la tua città: i suoi abitanti e io stesso saremo tuoi sudditi. Tornerò da dove sono venuto, per tranquillizzare il tuo cuore a proposito del motivo che ti ha spinto a venire qui. La tua maestà divina ordini che si faccia una festa per me e il principe di Bachtan».

Il dio fece un cenno d’assenso al suo sacerdote e disse: «Che il principe di Bachtan faccia una grande offerta a questo spirito».

Mentre tra Chons-il-benefattore-a-Tebe e lo spirito avveniva quanto descritto, il principe di Bachtan era presente con i suoi soldati e aveva molta paura. Poi però offrì un grande sacrifico a Chons-il-benefattore-a-Tebe e allo spirito e fece una festa in onore dei due.

Lo spirito da allora in poi si aggirò ovunque volesse, come gli era stato detto da Chons-il-benefattore-a-Tebe. Il principe di Bachtan gioì moltissimo e con lui tutti gli abitanti di Bachtan.

Il sovrano fece poi la seguente considerazione: «Farò rimanere questo dio a Bachtan e non lo lascerò tornare in Egitto». Per tre anni e nove mesi il dio rimase a Bachtan. Ma una volta, mentre dormiva nel suo letto, il principe di Bachtan vide (in sogno) il dio uscire dal suo tabernacolo e, trasformato in un falco d’oro, volare in cielo, verso l’Egitto. Si svegliò spaventato e parlò così al profeta di Chons-il-benefattore-a-Tebe: «Il dio èancora qui con noi, ma deve tornare in Egitto: fa’ che, con il (suo carro) torni in Egitto!». Il principe di Bachtan lasciò che il dio tornasse in Egitto; gli diede molti regali, una parte dei suoi beni, molti soldati e un grande numero di cavalli. Raggiunsero tranquillamente Tebe.

Chons-il-benefattore-a-Tebe si diresse poi al tempio di Chons-di-TebeNeferhotep, gli presentò tutti i doni e le belle cose che il principe di Bachtan gli aveva dato, senza trattenere nulla per il proprio tempio. Chons-ilbenefattore-a-Tebe raggiunse tranquillamente il suo tempio nell’anno cinquantatreesimo, nel diciannovesimo giorno del secondo mese invernale del re Weser-Maat-Râ Setep-en-Râ, che viva in eterno come Râstesso.

 

Capitolo 34

Il mago Merirê e il suo Golem

 

Al tempo di Si-Sobek, il beato, re dell’Alto e del Basso Egitto, viveva uno scriba di nome “Mago Merirê”. Era ancora giovane, ma era bravissimo. Tuttavia i magi reali celavano la sua bravura come scriba, perché altrimenti il faraone li avrebbe licenziati (dalla loro posizione di magi di corte e avrebbe favorito il più giovane).

Il faraone non rinunciava mai a una cena notturna, visto che in quel momento del giorno aveva un occhio (appetito) molto grande.

Una notte avvenne che il faraone non fece la consueta cena, poiché i cibi sapevano di terra e la birra in bocca gli sembrava acqua. L’occhio del faraone rimaneva immobile, non riusciva a dormire e i vestiti gli si appiccicavano al corpo (a causa del sudore). Sembrava uno tirato fuori dal fiume. Fece dunque chiamare tutti i suoi magi e descrisse loro la condizione nella quale si trovava. I suoi magi urlarono e gli dissero: «Nostro grande signore, quello che succede a te è capitato anche al re di Micerino». I magi srotolarono i loro papiri e videro che dopo sette giorni il re sarebbe morto. Non sapevano il nome del mago capace di chiedere di prolungare la vita del sovrano.

Il faraone era molto abbattuto e disse ai suoi magi: «Ho forse fatto del male a uno di voi, visto che permettete che io muoia davanti ai vostri occhi e non pregate perché io continui a vivere?». I magi iniziarono allora a piangere a dirotto e gli dissero: «Nostro grande signore, quant’è vero che ora sei vivo! Non c’è nessuno tra noi che può supplicare che il faraone possa continuare a vivere. Solo Merirê potrebbe implorare che il faraone continui a vivere».

Il faraone si adirò molto con loro e disse: «Ma come è possibile che qui ci sia un uomo capace e che voi non mi abbiate mai detto nulla della sua bravura come scriba, in un tempo nel quale avrei potuto mostrargli la mia benevolenza? Ecco, adesso che devo morire, solo adesso mi informate della sua bravura».

Il faraone fece chiamare Merirê ed egli venne (dal Delta) e si presentò al suo cospetto. Il faraone disse a Merirê: «Che Râ ti accolga benevolo! Che egli viva! Ti supplico di voler intercedere affinché io non muoia!». Allora Merirê pianse molto e disse al faraone: «Mio gran signore! Posso ben supplicare affinché il faraone continui a vivere, ma allora sarò io quello che dovrà morire».

Il faraone disse allora a Merirê: «Che egli possa vivere! Ti concederò tutti i miei favori! Crescerò il tuo figlioletto, farò in modo che goda della stessa considerazione di cui attualmente godi tu, farò in modo che in tutti i templi si levino canti in tuo onore, che la tua memoria sia eternamente tenuta viva a Eliopoli e che tutto il paese partecipi a un corteo funebre in tuo onore; farò in modo che ti vengano recate corone funebri e che il tuo nome sia venerato per l’eternità. Non permetterò che nei templi il tuo nome sia dimenticato».

Allora Merirê si interrogò in cuor suo. Mentre faceva questo, le lacrime gli scorrevano come acqua ed era profondamente abbattuto. Disse poi: «Mio grande signore, la mia condizione è simile a quella di un imbalsamatore che viene chiamato solo in un certo giorno. Vedi, mi si manda a chiamare solo sette giorni prima della mia morte, senza che prima abbia sperimentato la benevolenza del faraone… fino alla morte, anche se sono ancora così giovane».

Il faraone disse allora a Merirê: «Possa egli vivere! Ti dico che continuerai a vivere e che non morrai… anche se ti riuscisse di farmi sopravvivere. Perché dovresti morire?». -Merirê rispose: «Mio gran signore, non è mai successo che un uomo che abbia prolungato la vita a un altro, sia rimasto in vita». E continuò: «Mio gran signore, il fatto è che tu sei causa della mia morte. Possa il faraone fare per me quello che ora gli dirò». Il faraone allora gli rispose: «Possa egli vivere! Confidami il tuo desiderio e io lo esaudirò». Merirê gli disse: «Giurami nel nome di Ptah e recita le seguenti parole: “Non permetterò che Henut-nofret, tua moglie, debba abbandonare la sua casa. Se qualche pretendente gettasse lo sguardo su di lei, io la difenderò… come combatterei per la regina mia moglie. Allo stesso modo non tollererò che durante il mio regno le venga fatto del male e neanche che un pretendente entri in casa sua (la sposi). Io stesso non getterò il mio sguardo su di lei”. (Râ impedisca) che il faraone ammiri la sua bellezza o che per causa sua rompa questo giuramento». Il faraone sentì le parole che Merirê gli aveva detto (e pronunciò il giuramento).

Poi gli disse: «Hai qualche altro desiderio? Dimmelo e io lo esaudirò». Merirê rispose: «I figli dei magi che hanno tramato contro di me, tanto da farmi morire, dovranno seguirmi. – Quant’è vero che tu vivi – nessuno di loro è morto. Nessuno (di loro) è stato mandato a morire».

Il faraone disse allora a Merirê: «[Hai ragione] questi (bambini) dovranno sostituirti e, quant’è vero che Râ vive, tu tornerai da me».


Fig. 2
Le varie fasi del giudizio cui è sottoposta nell’Aldilà l’anima del defunto

 

Dopodiché il magio Merirê tornò a casa, si fece radere e vestire con lino molto pregiato. Si vestì come era necessario fare per la grande richiesta oracolare che avrebbe presentato a Râ.

Andò poi al palazzo del sovrano e si fece accogliere da lui. Disse: «Mio gran signore: il faraone vada a Eliopoli, perché io sappia qual è la via che conduce agli inferi che dovrò scegliere».

Il faraone ordinò che si facessero offerte in suo onore da Menfi sino al lago Moeris […] Furono gettati fiori ai suoi piedi (?) e il faraone faceva in modo che lui non (?) toccasse la terra. Il faraone celebrò in sua presenza i riti che egli (Merirê) avrebbe dovuto celebrare al cospetto del gran dio vivente. Poi si voltò verso i suoi magi e si arrabbiò con loro […] «gli uomini buoni contro quelli cattivi».

Il faraone andò a Eliopoli, al tempio di Râ e offrì un olocausto…

In seguito pare che il faraone non abbia ripetuto il giuramento dinnanzi al dio, come Merirê aveva chiesto, ma che abbia nominato quest’ultimo generale”. Si rivolse poi a Merirê e affermò:

«Non permetterò che in questo paese il tuo nome cada nell’oblio» e gli chiese ancora: «Hai qualche altro desiderio? Dimmelo e io lo esaudirò…». Merirê rispose: («Mi siano date le statue della dea Hathor, del lago) rosso e dei signori dell’Ade e… della scimmia con la testa di cane. E ora il faraone […] vada via […] con tutti i suoi maggiorenti […] I suoi vengano a morire con me».

Il faraone fece chiamare le donne del gruppo e disse […]

Al che il generale Merirê spiegò al faraone: «(Sarebbe infine mio desiderio) sapere in che modo avrò salva la vita». Il faraone gli disse: «Ti prego di dirmi cosa posso fare per ricongiungermi a te».

Il generale Merirê rispose: «Cosa potrà fare il faraone, per ricongiungersi a me? Considera che io devo morire».

Il faraone gli assicurò ancora: «Quant’è vero che Râ-Harachte vive, tu ritornerai da me». Anche i magi dissero: «Tornerai a stare con noi». Ma il generale Merirê disse: «Come potrò tornare da voi? Ecco vedete, io devo morire».

Infine il generale Merirê disse al cospetto del faraone: «Hathor, la signora dell’Occidente, è lei che accompagna gli uomini verso ovest e che regola il loro destino dinnanzi al gran dio vivente. Il faraone (come già detto) mi dia la statua di Hathor del lago rosso, affinché la porti con me nell’Ade. Se morirò la lascerò lì e se sopravviverò la riporterò sulla terra». Il faraone gli disse: «Fai quello che desideri fare».

Al che il generale Merirê disse al faraone: «Adesso andrò e presenterò le tue preghiere al gran dio vivente. Stai lontano da me e non seguirmi con lo sguardo, perché voglio andare via. Che Râ ascolti la tua voce! Possa Râ-Harachte permettere che io ti raggiunga di nuovo!».

Il generale Merirê si recò dunque nell’Ade. Lì incontrò Hathor, la signora dell’Occidente. Lei lo salutò: «Sii il benvenuto, generale Merirê. Cos’hai?». (Merirê) disse: «Sono venuto per supplicare che il faraone possa continuare a vivere: fai in modo che egli continui a vivere». Hathor disse al generale Merirê: «Ti presenterò al gran dio vivente». Lui le rispose: «Volentieri mi presenterei al cospetto del gran dio vivente».

Il gran dio vivente disse: «Merirê, cosa desideri? […]», e lui rispose: «[…] Sono qui al posto del faraone». Il gran dio vivente disse: «Ma dimmi innanzitutto: in che condizioni si trovano i templi (sopra)?». Merirê rispose: «I templi sono in ottime condizioni: in essi si offrono abbondanti sacrifici. Ogni mattina le immagini divine vengono ricoperte d’oro e vestite». Il gran dio vivente disse allora a Merirê: «Dimmi ancora: come stanno le vedove?», e il generale rispose: «… Le vedove vengono oppresse… il bisognoso… grida a causa della brutalità, ognuno opprime l’altro… le persone si lamentano… i bambini vengono sequestrati con la forza». Il gran dio vivente pianse (?) molto.

Poi però così – così è possibile ricostruire il testo che a questo punto è molto danneggiato – allungò di venticinque anni la vita al faraone, che arrivò ai cento anni.

Merirê disse allora a Hathor: «Che possa vivere! Ti prego di essere benigna il giorno in cui salirai sulla terra. Ecco, tu sei solita salire regolarmente per ricevere i pani sacrificali durante la festa di Senut». Hathor gli disse: «Ti dirò il giorno e l’ora in cui mi recherò alla festa di Senut. Te lo farò sapere».

Vennero il giorno e l’ora in cui lei salì sulla terra, come era solita fare in occasione di tutte le feste di Senut; Hathor disse al generale Merirê: «Ebbene, adesso salirò», ed egli le rispose: «Che possa vivere! Informati sulle condizioni della mia casa e della mia famiglia. E chiedi notizie anche sulfaraone». Hathor disse: «Farò quello che mi hai chiesto di fare». Lui allora replicò: «Posso salire in terra con te?». La dea gli rispose: «Dovrò prima parlare con il gran dio vivente».

Lei andò a intercedere per lui presso il gran dio vivente perché (Merirê) potesse vivere, ma il gran dio vivente – questo è quanto è possibile ricostruire dal proseguimento – rifiutò la richiesta di Hathor, anche se ciò non è desumibile dal testo.

Hathor salì e si soffermò presso gli uomini. Poi tornò giù e si presentò dinnanzi al gran dio vivente. Andò anche dal generale Merirê e gli disse: «Generale Merirê, gli abitanti dell’Ade ti preparano una bella accoglienza. Ti informo di ciò (vale a dire che egli deve prepararsi a rimanere nell’Ade)». Merirê disse: «Dimmi almeno in che condizioni si trova la mia casa». Hathor [rispose]: «Il faraone si è preso la tua donna e l’ha nominata grande moglie reale. Si è preso anche la casa e l’ha data […] al primo. Inoltre ha ucciso tuo figlio». Il generale Merirê allora pianse molto.

Egli disse a Hathor: «Ti prego di dirmi il nome di colui che lo ha (il faraone) spinto a fare ciò, a prendersi la mia casa e mia moglie e a uccidere mio figlio». Hathor rispose: «Sono stati i magi, a spingerlo a fare ciò…».

Il generale Merirê prese allora una manciata d’argilla, ne fece un uomo e gli fece la bocca…

Poi – è possibile ricostruire in tal modo il testo che in questo punto si presenta danneggiato – mise al corrente la statua d’argilla delle vicende, la informò di come il faraone avesse violato il giuramento e la inviò sulla terra, affinché lo vendicasse e raccogliesse un mazzo di fiori da portare al gran dio vivente. Terminò con le parole: «Farai ciò che ti ordinerò di fare». In realtà non seguirono altri incarichi e non vi furono scontri con il faraone, al quale egli (l’uomo d’argilla) probabilmente comunicò le richieste di Merirê. Il faraone, certamente scosso dalla paura, rispose:

«Fai tutto ciò che egli (Merirê) ti ha ordinato». La statua d’argilla disse allora al faraone: «Getta i tuoi magi nella fornace, in quella che è stata costruita a Eliopoli per la dea Mut, che trasporta suo fratello». Il faraone perse (allora completamente il dominio di sé. Non guardò nessuno e rimase immobile. Dopo un po’ si riprese) e fece chiamare tutti i suoi magi, (che evidentemente nel frattempo aveva fatto gettare in prigione…). Il faraone non disse una parola all’uomo d’argilla…

L’uomo d’argilla ripeté le parole che già gli aveva detto e il faraone perse nuovamente il dominio di sé, non guardò nessuno e rimase immobile. Finalmente si riprese…

Egli (il faraone) fece chiamare tutti i magi imprigionati e li fece portare a Eliopoli. Lui stesso li accompagnò in quella città. Li fece uccidere e gettare nella fornace che era stata costruita a Eliopoli in onore di Mut, che trasporta suo fratello. Il faraone fece […], e poi tornò al palazzo, mentre i magi […] Râ e l’uomo d’argilla li guidavano, senza che nessuno […]

In seguito l’uomo d’argilla tornò dal generale Merirê e gli riferì quello che era successo. Gli diede anche il mazzo di fiori e il generale ne fu contento, come se fosse tornato sulla terra, a casa sua… Il generale Merirêportò in offerta al gran dio vivente il mazzo di fiori che era stato colto dall’uomo di argilla. Il gran dio vivente disse al generale Merirê: «Ma allora sei tornato sulla terra!». Merirê gli rispose: «Mio gran signore: è stato l’uomo d’argilla, inviato sulla terra, a portare questo mazzo di fiori per il gran dio vivente». Il gran dio vivente urlò e Merirê si gettò a terra, per la paura. Rifletté in cuor suo […] Dopodiché disse al gran dio vivente: […]

Da qui in poi si sono conservate solo alcune parole del testo, e non è dunque possibile neanche una traduzione approssimativa. Si può tuttavia intuire, anche se con qualche riserva, quale sia il contenuto.

L’urlo del dio non era evidentemente un urlo di gioia, ma un grido di dolore per il fatto che nell’Ade stava imperversando un uomo d’argilla. Quest’ultimo era frutto della volontà di Merirê e dunque non era una figura che Osiride potesse dominare. Da allora in poi, ovunque apparissero i golem della tradizione ebraica, al loro solo apparire tutti sarebbero fuggiti, pallidi e rigidi per la paura.

Nella seconda parte del papiro, molto ricca di contenuti, compare un nuovo faraone, Menptah, probabilmente il successore di re Si-Sobek; tuttavia, alla fine del racconto, si ritorna a parlare del faraone che aveva infranto il giuramento e Merirê gli rinfaccia nuovamente le empietà commesse. In ogni caso egli (forse con l’aiuto di Hathor) ritorna tra i vivi; la seconda parte del racconto è infatti ambientata prevalentemente sulla terra, senza che comunque l’Ade scompaia dallo scenario.

In un punto del testo si narra che, dopo un consulto fra il faraone e i suoi funzionari, qualcuno viene gettato nel fiume. La traduttrice ritiene possa essersi trattato dell’uomo d’argilla, che in questo modo veniva eliminato. Infatti quella era la fine che meritava e ritorna a essere la terra con la quale era stato plasmato. A Merirê viene concesso di riunirsi alla moglie e di fare ritorno con lei alla sua casa. La bilancia della giustizia viene riequilibrata, gli attentatori vengono puniti, a Merirê si apre la via verso la corte .

 

Capitolo 4

Il principe maledetto

 

Si racconta che una volta vivesse un re che non aveva avuto figli. Allora sua maestà supplicò gli dèi delle sue terre affinché gli dessero un figlio e loro ordinarono che ne avesse uno. La stessa notte si unì con la moglie ed ecco, ella rimase incinta. Compiuti che ebbe i mesi della gestazione le nacque un bambino.

Vennero allora le Hathor (dee del fato) per decidere sul destino nel neonato. Dissero: «Morirà a causa del coccodrillo, del serpente o del cane». Coloro i quali avevano assistito alla nascita udirono la profezia e la riferirono a sua maestà. Il suo cuore allora si rattristò. Fece costruire una casa di pietra nel deserto, nella quale trasferì le persone e tutte le cose belle del palazzo, in modo che il bambino non sarebbe mai dovuto uscire.

Il ragazzino crebbe; una volta salì sul tetto della casa e vide un cane da caccia che seguiva un passante. Chiese al servo, che era lì con lui: «Cos’è che sta seguendo l’uomo che cammina per strada?». Quello gli rispose: «è un cane da caccia». Il ragazzino replicò: «Ne sia portato uno simile anche a me». Il servo andò e lo riferì a sua maestà, che disse: «Gli venga dato un cucciolo, affinché il suo cuore non si ribelli». Gli fu invece portato il cane da caccia.

Molti giorni dopo, il ragazzino era ormai adulto e disse a suo padre: «Che senso ha che io rimanga chiuso qui dentro? Ecco, sono stato prescelto dalle tre dee del destino: lasciami dunque libero di vivere come voglio, finché il dio non farà quello che ha stabilito».

Allora gli fu preparato un carro con ogni genere di armi e gli fu dato un servo come uomo del seguito. Fu portato a Oriente e gli dissero: «Va’ dove vuoi andare». Il suo cane era con lui.

Seguendo le sue aspirazioni andò verso nord. Attraversò il deserto e cibandosi della migliore selvaggina arrivò dal principe di Naharina (presso l’alto Eufrate).

Il principe non aveva avuto figli, a parte una bambina. Per lei era stata costruita una casa con la finestra a settanta cubiti dal suolo. Fece chiamare tutti i principi della terra di Siria e parlò loro: «Colui che raggiungerà la finestra di mia figlia l’avrà in sposa».


Fig. 3
Ré-Harachte raffigurato come falco, da un medaglione trovato nella tomba di Tut’ankhamon.

 

Molti giorni dopo, mentre erano alle prese con le proprie occupazioni quotidiane, il giovane passò da loro. Lo accolsero in casa, gli fecero il bagno, rifocillarono il suo tiro di cavalli: si occuparono di tutto. Lo unsero con un unguento, gli fasciarono i piedi, diedero da mangiare all’uomo del suo seguito e, parlando con lui, gli domandarono: «Da dove vieni, bel giovane?». Lui rispose: «Sono figlio di un ufficiale egiziano. Mia madre morì e mio padre si prese un’altra donna. Questa iniziò a odiarmi e così fuggii da lei». Allora lo abbracciarono e lo baciarono dalla testa aipiedi.

Molti giorni dopo, però, egli chiese ai giovani: «Cosa state facendo?».

Gli risposero: «Sono già tre mesi che noi siamo qui a saltare, perché colui

che raggiungerà la finestra della figlia del principe di Naharina, l’avrà come sposa». Lui rispose: «Ah, se i miei piedi non fossero malati mi unirei a voi e salterei in alto». Cominciarono allora a saltare, come facevano quotidianamente, e il giovane stava in disparte a guardare. Nel frattempo l’occhio della figlia del principe di Naharina si era posato su di lui.

Molti giorni dopo il giovane venne per saltare anche lui con i figli dei principi. Saltò… e raggiunse la finestra della figlia del principe di Naharina. Lei lo abbracciò e lo baciò dalla testa ai piedi. Andarono per allietare il cuore di suo padre con la notizia, dicendogli: «Uno degli uomini ha raggiunto la finestra di tua figlia». Il principe chiese di lui: «Di quale nobile è il figlio?». Gli fu risposto: «è figlio di un ufficiale, venuto dall’Egitto in fuga dalla matrigna». Il principe di Naharina allora si arrabbiò moltissimo e disse: «Dovrò forse dare mia figlia al fuggiasco egiziano? Se ne torni (immediatamente a casa)». Andarono e gli ordinarono: «Devi tornare da dove sei venuto». Ma la figlia lo trattenne e giurò dinnanzi a Dio: «Per Râ-Harachte! Se me lo tolgono non mangerò e non berrò più e morirò immediatamente!». Il messaggero andò a riferire a suo padre ciò che la figlia aveva detto. Egli mandò alcune persone per ucciderlo (il giovane) sul posto. Ma la figlia disse loro: «Per Râ! Se venisse ucciso, morirei anch’io prima del tramonto del sole. Non sopravviverò un’ora a lui». Andarono a riferirlo al padre.

Costui fece portare davanti a sé il giovane e la figlia. Il giovane si presentò e il suo fascino colpì il padre che lo abbracciò, lo baciò dalla testa ai piedi e gli disse: «Dimmi che intenzioni hai perché, vedi, adesso per me sei come un figlio». Egli rispose: «Sono figlio di un ufficiale egiziano: mia madre morì e mio padre si prese un’altra donna. Lei iniziò a odiarmi così sono fuggito». Gli diede allora sua figlia in sposa, gli diede una casa e un campo, delle mandrie e altre belle cose.

Molti giorni dopo il giovane disse a sua moglie: «Sono in balia di tre destini: il coccodrillo, il serpente e il cane». Al che lei gli rispose: «Fai dunque uccidere il cane che ti insegue». Lui commentò: «Che stupidaggine! sicuramente non ucciderò il cane che io stesso ho allevato da quando era piccolo». Lei iniziò allora a sorvegliare attentamente il marito e non lo faceva mai uscire da solo.

Il coccodrillo del suo destino lo aveva seguito da vicino dal giorno stesso in cui il ragazzo era uscito in viaggio dalla terra d’Egitto e ora era lì di fronte a lui (nel lago) della stessa città nella quale viveva con sua moglie. Nel lago c’era anche uno spirito che non faceva uscire il coccodrillo che a sua volta bloccava lo spirito. Non appena il sole sorgeva si mettevano l’uno di fronte all’altro e per la durata di tre lune piene si combattevano tutti giorni.

Molti giorni dopo il giovane trascorse una bella giornata di festa nella sua casa. Quando si fece notte andò a letto e il sonno si impossessò di lui.

Sua moglie riempì una ciotola di vino e una di birra. Il serpente uscì allora dalla sua tana per mordere il giovane. La moglie era seduta al suo fianco e non dormiva. Le ciotole attirarono il serpente che bevve, si ubriacò e si buttò sulla schiena e la donna lo fece a pezzi con la zappa. Svegliò poi il marito, lo baciò, lo abbracciò e gli disse: «Vedi, il tuo dio ha messo nelle tue mani uno dei tre destini e allo stesso modo ti darà anche gli altri due». Egli fece delle offerte a Râ, lo lodò e ogni giorno ne magnificava il potere.

Molti giorni dopo il giovane uscì a passeggio nella sua proprietà ma sua (moglie) non (lo) accompagnava. Lo seguiva invece il cane che cominciò a parlare: «Sono il tuo destino!». Il giovane fuggì, raggiunse il lago e saltò in acqua. Allora il coccodrillo lo ghermì e lo portò dove abitava lo spirito, il quale era appena uscito. Disse al giovane: «Sono il tuo destino e ti ho seguito. Fino a oggi, per tre lune piene, ho combattuto con lo spirito. Ti lascerò andare, ma in cambio tu, quando il mio nemico tornerà a combattere, dovrai aiutarmi a ucciderlo. Se prima sei stato attento al cane, ora dovrai stare molto più attento al coccodrillo!».

Quando sulla terra tornò nuovamente la luce e iniziò il giorno, lo spirito (tornò indietro)…

Qui si interrompe il manoscritto.

 

Emma Brunner-Traut

Tags: ,

Lascia un commento

Devi essere loggato per postare un commento.