Il Tantrismo – J.L.Bernard

di Jean Louis Bernard

CAPITOLO I

ARCHEOLOGIA DEL TANTRISMO

 

Alcuni osservatori perspicaci hanno osservato che il tantrismo era penetrato in Occidente dopo la guerra 1940-45 e che si diffondeva soprattutto con una sorta di propagazione bocca-orecchio piuttosto che non attraverso i manuali, generalmente privi di valore pratico. Se non esiste una scuola nella stretta accezione del termine è pur vero che si può legittimamente parlare di un movimento tantrico che ha presa su tutti gli ambienti dinamici.

Lo yoga sessuale può essere uno yoga casto, uno dei tanti paradossi del tantrismo. Vi sono tantrika che fanno distinzione tra Via Secca (casta) e Via Umida (non casta) parafrasando il linguaggio dell’alchimia. Il che dà corpo alla graduazione esistente tra sessualità (fenomeno sanguigno e ghiandolare) ed erotismo (fenomeno nervoso e psichico che interviene anche in carenza di eccitazione sessuale). I trovatori della Linguadoca e di Provenza hanno praticato uno yoga sessuale casto che approfondiremo più avanti.

La dottrina e la pratica del tantrismo si sono attualmente diffuse nelle capitali occidentali, soprattutto a Parigi, sotto il nome di induismo. Sarà tuttavia utile precisare che il tantrismo, il cui fondamento è naturale e quindi universale, è esistito in vari luoghi con altri nomi. Ci tenevamo a sottolinearlo. Quanto al suo arcano, chiave di volta della sua metafisica e psicologia, si ritrova in molte religioni antiche. Il tantrismo non è trinitario: si richiama alla dualità ma non al dualismo, come già il catarismo, laddove invece i due principi fondamentali si trovano in una posizione di lotta irriducibile. La qualità tantrica è coppia, e perciò si inscrive in una unità: dio e dèa, assoluto e manifestato, immobilità e dinamismo. Il secondo polo emana dal primo, come l’Eva biblica emana da Adamo, e vi ritorna. In termini poetici, esso oppone armonicamente l’Immutabile Mascolino (il Dio cristiano) all’Eterno Femminino (il suo dinamismo creatore e distruttore, perennemente mutante).

 

Shiva-Shakti: dio unico androgino

Attualmente, il tantrismo non ha più templi o monasteri se non in Tibet e in India. Secondo gli indologi, il Nord dell’India l’avrebbe trasmesso al Tibet contemporaneamente al buddhismo, verso il VI secolo della nostra èra. Quindi, nel corso del XII secolo, passò in Mongolia, penetrò nella regione dell’Amur, nella Siberia orientale, e infine in Manciuria. L’archeologia conferma l’originalità del tantrismo indiano. Gli scavi della valle dell’Indo, che hanno riportato alla luce le città morte di Harappà e di Mohendjo Daro, contemporanee di Sumer, la più antica civiltà conosciuta in Mesopotamia (IV-V millennio), hanno ampiamente dimostrato che l’India del Nord celebrava i culti della dualità Shiva-Shakti. Non si ritrova invece traccia della posteriore Trimûrti[1] brahmanica, o triplice principio maschile.

La Trimûrti sembra essere il risultato di una sintesi abbastanza recente, destinata ad armonizzare gradualmente l’antica religione autoctona con quella dei conquistatori aria o ariani. Questi ultimi vi esportarono il sanscrito, scrittura-supporto della loro metafisica. Considerare Shiva in ordine alla qualità tantrica o in ordine alla Trimûrti, non comporta un alteramento di natura, se si considera che i tre principi della tri-unità erano inseparabili. Shiva-Dio è a un tempo l’assoluto e il protettore di ciò che è spiritualmente vivo, pur nel rispetto della sua funzione, che è quella del distruttore. È il diamante-folgore che discende dal cosmo per tuffarsi nelle tenebre demoniche e folgorarle. Nel tantrismo stretto, Shiva distruttore di dèmoni, è femminile.

Nella valle dell’Indo, sulle tavolette di ceramica vecchie di cinquemila anni, l’arte aveva umanizzato Shiva in un asceta assiso nella positura del loto, dello yoga classico. Tiene gli occhi semichiusi e lo sguardo intervertito e concentrato sulla ghiandola pineale e sul terzo occhio frontale, da cui si sprigionerà il misterioso raggio che disintegra i dèmoni. È femminile in Tibet, dove riveste le forme della dèa Târâ[2]. Il carattere intercambiabile del dio unico che può intervertire i poli sessuali, appartiene a una civiltà che non conobbe la guerra tra i sessi. Considerato nell’aspetto maschile, Shiva permane immerso nell’oceano cosmico; è assente, immobile, celeste, non manifestato; mentre, quando viene femminizzato, è dinamico e cosmo-tellurico, e allora danza la vita e la morte. Di solito, le sue immagini integrano le due nature, in una figura dallo sguardo fisso, che danza come una baiadera nel mòzzo di una ruota infuocata.

 

Il Bardo Thödol e la Bhagavad Gîtâ

In India un uso bimillenario ha stravolto il senso del termine tantrismo. Originariamente, un tantra era un trattato religioso, concepito sotto forma di dialogo tra dio e dèa. Per estensione, il termine è stato applicato ai testi dialogati. Gli interlocutori sono un maestro e un discepolo, o un lama[3] e un’anima in via di trasmigrazione: è il caso del celebre Bardo Thödol[4]. Un lama veggente esorta l’anima di un trapassato per illuminarlo, da una parte, sul suo nuovo stato surreale di esistenza e sulle visioni d’oltretomba e, dall’altra, nel tentativo di liberarlo dal panico che queste visioni provocano in lui. Il sacerdote fa appello al mentale del morto; poiché il nostro mentale può funzionare al di fuori del nostro corpo, e la sperimentazione su falsi morti in catalessi lo ha dimostrato da un secolo. Quando il defunto li comprenderà, questi fantasmi scompariranno; essi sono una proiezione del defunto, delle sue passioni non estinte malgrado la morte, e del suo karma (le sue opere). Il lama lo aiuterà guidandolo nel labirinto surreale e soggettivo che il morto deve distruggere. Lo aiuterà, soprattutto, a liberarsi dalla ruota di questo mondo intermedio, che i catari chiamavano il mondo della mistura: mistura dell’essere e del non essere. Così potrà passare direttamente nelle sfere spiritualizzate, invocando le deità misericordiose per sfuggire alle reincarnazioni. Anche qui si rivela la parentela dottrinale tra il lamaismo tibetano, l’induismo e il catarismo languedochiano. Si deve ai catari la trasmissione di questa dottrina lungo il canale del manicheismo iraniano e dei bogomili bulgari che erano andati a predicare in Linguadoca negli anni 1150-1180? Come gli yogîn cui somigliavano, i loro asceti credevano alla trasmigrazione delle anime e al geocentrismo che ci tiene attaccati al mondo e ci porta a subire la catena delle rinascite.

Se questo è il tantra, la bibbia indiana per eccellenza, la Bhagavad Gîtâ potrebbe a giusto titolo essere considerata opera di ispirazione tantrica, in quanto redatta in forma di dialogo. Nei tribunali indiani si presta giuramento su di essa come altrove sulla Bibbia o sul Corano. Lo storico e filosofo Will Durand, americano di origine francese, la ritiene «il massimo poema filosofico della letteratura di tutti i tempi». Vi si racconta come il dio Krishna riconforti il capo del clan Arjuna che esita a dare battaglia contro il clan dei suoi parenti; il dio gli fa osservare che ogni casta possiede la sua «regola del gioco» metafisica, e ogni nobile guerriero deve combattere per affermare la tradizione sulla sovversione; anche se distrugge i corpi sarà impotente a distruggere le anime:

16. Il non-essere non accede all’esistenza, l’essere non cessa di esistere. La demarcazione tra questi due [regni] è evidente per coloro che hanno l’intuizione della realtà.
17. Ma tu riconosci come indistruttibile tutto ciò da cui è stato prodotto l’universo. Di ciò che è immutabile nessuno potrebbe provocare la distruzione.
18. Questi corpi hanno una fine; lo spirito che vi si incarna è eterno, indistruttibile, incommensurabile. Così è detto, figlio di Bhârata.
19. Colui che lo ritiene capace di uccidere e colui che lo crede colpito a morte, non posseggono la vera conoscenza, nessuno dei due: non uccide: non viene ucciso.
20. Non nasce, non muore; non è stato, non tornerà a essere. Esso che è innato, necessario, eterno, primordiale, non lo si uccide quando si uccide il corpo.
21. La monade spirituale che lo riconosce come indistruttibile, necessario, innato, o figlio di Prthâ, come potrebbe pensare che esso farebbe uccidere e ucciderebbe, e chi?
22. Alla maniera di un uomo che ha abbandonato le vesti usate e ne prende altre, nuove, l’anima incarnata, abbandonando il proprio corpo usato, si trasforma in altri che sono nuovi.[5]

Filosofia a doppio taglio, che può essere riguardata come reazionaria o estremista. Potrebbe anche diventarlo, se fosse sistematicamente applicata da un guerriero non iniziato che non agisse in armonia con l’ordine cosmico.

 

Tantra e tantrismo

Il tantrismo, che si innesta su due religioni, da una parte il buddhismo tibetano e mongolo, e dall’altra il brahamanesimo, sviluppò due letterature e numerosi trattati. Nel buddhismo tibetano e mongolo, il dialogo pedagogico è assunto da una coppia di deità buddhiche: nel brahamanesimo, da Shiva e dalla Shakti.[6]

I tantra induisti non sono sempre redatti in sanscrito. Gli aria hanno sempre diffidato del tantrismo, a causa dei poteri paranormali che questo yoga era suscettibile di conferire, anche, ove occorresse, agli autoctoni che avevano vinto. Il tantrismo, molto più solidamente insediato nel sud, divenne il fulcro di resistenza politica e sociologica. Si oppose all’influenza ariana e mongola. Questa dottrina, se non è femminista, promuove comunque la donna al rango di uguale all’uomo. Mentre, per converso, l’India degli aria e dei mongoli era patriarcale. La dottrina di Mohendjo Daro e di Harappâ non conobbe il dualismo sessuale, né la dominazione di un sesso sull’altro; vi regnava armonia tra l’uomo e la donna, come nell’Egitto faraonico e in Gallia.

I tantra più autentici hanno quindi forti probabilità di appartenere a una letteratura indiana non sanscrita. Alcuni tantra appartengono alla letteratura orale, alla quale conviene annettere le suggestive leggende di Shiva, il cui interesse pedagogico si può comparare a quello dei nostri racconti di fate, riflessi delle iniziazioni druidiche e preistoriche.

La dualità, che trae origine nella coppia divina, si imprime quindi nel tantra, prima di esprimersi nella coppia umana dei tantrika. L’uomo e la sua sposa o compagna vivranno il mito di Shiva e della Shakti.

Di quali materie trattano i tantra? Della stessa essenza fuggitiva, del cosmo, dei centri che irraggiano il divino (il paradiso), dell’astrologia, delle genesi e delle apocalissi, dello spirito, dell’anima e del corpo; della magia e dei chakram: in una parola, di teosofia e di occultismo. Questa stratificazione non comporta né segue un piano pratico, o una formula. Essa si limita a modellare la mentalità e l’affettività mistica del tantrika. Il passaggio allo yoga diretto dipenderà dalle circostanze, ma anche dal dharma (vocazione) e dalle qualificazioni che l’interessato porterà nell’inconscio.

 

Ramakrîshna

L’esempio di Ramakrishna, il santo indiano del XIX secolo, dimostra fuor di dubbio come il tantrismo, dottrina del risveglio spirituale, deve essere piuttosto vissuta che non speculata. Nato in una famiglia povera del Bengala di casta sacerdotale, Ramakrîshna, modesto sacerdote, ignorò per tutta la vita il sanscrito e l’inglese, proprio come il curato d’Ars non conosceva il latino, anche se nel clima sociologico della casta dei brâhmani si formò l’intelletto e il cuore, e vi sentì leggere, recitare e commentare i tantra. Un giorno la dea Kâlî gli inviò la sua ancella, nelle vesti di una yogînî iniziatrice. Simili donne sono molto rare. Fino a quel momento Ramakrîshna aveva amato solo l’apparenza della dea; e non la sua essenza: la dea gli appariva come l’ideale femminile, una Mâyâ intessuta di sogni. Ma allora la dea gli si rivelò bruscamente, come sovrana detentrice dell’energia divina (cosmica). L’iniziatrice risvegliò Ramakrîshna al tantrismo sessuale, castamente; la sua sola presenza bastò a far rifluire il flusso erotico del discepolo fino a vivificarne i chakram, fino a sviluppare in lui la donna surreale, immagine della dea, che gli avrebbe sottratto la forza vitale. Da quel momento, Ramakrîshna fu posseduto dalla dea.

Alcuni sanscritologi hanno proposto una diversa etimologia al termine tantrismo. Esso deriverebbe da una parola sanscrita che significa trama, complesso di fili che si intrecciano perpendicolarmente sostenendo l’ordito, e quindi lo stesso tessuto. Come la trama è l’essenza del tessuto, il tantrismo avrebbe rappresentato l’essenza delle religioni dell’India, poiché arcanamente polarizzato sulla dea, personificazione dell’universale energia. Ma questa seconda etimologia (essenza) sembra contraddire la prima (dualità). Il simbolismo della trama, delle corde e dei nodi, si ritrova in tutte le tradizioni. Platone ne parla lungamente. Per gli amerindi costituiva lo stesso supporto della scrittura; ricordiamo i famosi quipu, cordicelle annodate, che esprimevano idee e numeri. La loro trama disegna l’incrocio delle «sei direzioni metafisiche» secondo Raymond Abellio.

Dissociare il tantrismo dal contesto sanscrito non è cosa agevole. Incamerandolo, il sanscrito lo ha immerso nella sua straripante terminologia, nella foresta degli dèi induisti. Quando era pratica vissuta, era semplice, sana, naturale. Ma nel complicarla sul piano mentale, i teologi l’hanno degenerata; oggi in India è un culto ai margini, malvisto perché apparentato a una sorta di fakirismo sessuale. Non si conoscono europei che abbiano ricevuto in India un’educazione tantrica, salvo per ciò che concerne la dottrina, contenuta nei tantra. Questo fatto assume valore di simbolo. Come per una sorta di rivalsa, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna conoscono oggi un fakirismo tantrico che dei presunti maestri indiani immigrati hanno diffuso tra elementi asociali. Questo movimento che avvilisce la donna, non riposa sulla mistica della dea. Ricette elementari vi sostituiscono lo yoga. Gli asociali sono incapaci di concentrazione prolungata, e i ritmi afro-cubani li hanno nevrotizzati completamente…

Le molte interpretazioni proposte dai sanscritologi[7] per il termine tantrismo fanno dubitare della sua origine indiana.

Ma il merito del tantrismo indiano, decadente o no, sta soprattutto nel fatto della sua vitalità, confermata dagli omologhi tibetano, mongolo, cinese e giapponese. Al pari del greco, il sanscrito ha recuperato termini di altre lingue che adattava foneticamente; per esempio, il termine kundalinî,[8] parola-chiave del tantrismo magico, cui dedichiamo il capitolo finale, non è sanscrita e si apparenta all’amerindo anaconda.[9]

Uno studioso di lingue sacre comparate, Madame Castex-Fourcade, propende per l’origine elamita di alcuni termini dello yoga. Come gli Inca avevano ricuperato l’esperienza dei loro predecessori, gli Chimu, altrettanto fecero gli Aria con quella degli Elamiti. Adesso cominciamo a saperne di più. Etnicamente erano apparentati con i sumeri di Mesopotamia e con gli indiani di Harappâ e di Mohendjo Daro. Insediatisi dapprima in Mesopotamia, ne furono scacciati e la loro peregrinazione si concluse a Susa in Iran, nel VII secolo. Malgrado il genocidio intrapreso dagli assiri, le loro élite sacerdotali riuscirono a riparare in India. Esse detenevano delle sacre scritture prediluviane, e probabilmente si stanziarono nel Caucauso durante il diluvio biblico. Dopo il cataclisma, il loro pensiero spirituale penetrò in Mesopotamia e in Iran.

 

È esistito un tantrismo egizio?

A Lione, nel corso di una conferenza privata, sostenemmo un contraddittorio con Jean Herbert, uno dei maggiori indologi dei nostri tempi. Noi sostenevamo che il tantrismo aveva costituito l’armatura, la trama dell’alta magia egizia. Jean Herbert, trincerandosi dietro la sua logica di erudito, riteneva fermamente che questa dottrina fosse unicamente opera del genio indiano, sia per il nome, che per la metafisica e lo yoga. È in Egitto che noi abbiamo ricevuto, personalmente, il risveglio al tantrismo: e non eravamo mai andati in India… Quanto all’indologo Jean Herbert, se conosceva bene il tantrismo dei testi, non era un tantrika.

Qualche tempo dopo avemmo l’occasione, a Parigi, di riprendere il dibattito con una erudita indiana, la signora Nyota Inkyota, che diresse per diverso tempo una troupe di balletto nel quale danzava ella stessa. Nel suo salotto fluttuava un odore d’incenso; il visitatore poteva ammirare il ritratto in cui era adornata come una raffigurazione evocante la Târâ, Shiva femminile: Nyota Inkyota aveva iniziato a codificare, attraverso il segno e il disegno, la coreografia indiana ed egizia. Non si era accontentata dei disegni egizi forniti dall’archeologia, ma aveva stabilito in tutto il mondo una sorta di fraternità che la portò, attraverso i mari del Sud, fino a Tahiti. Ai suoi occhi, l’Egitto e l’India di razza bruna si apparentavano proprio in ordine a questo emisfero sud; ottica sulla quale confluiscono gli egittologi russi. Nyota Inkyota aveva annotato alcune parole tahitiane, parenti di certe parole egizie.

Una civiltà sconosciuta, esplosa nelle isole, accese, decine di millenni fa, il genio delle razze color del rame, irraggiantesi poi verso l’America, l’India, l’Africa orientale e il Punt egizio. Forse il culto di Shiva nacque nell’emisfero sud.

 

Il paese di Punt

Per tornare nuovamente all’etimologia del termine tantrismo, si può rilevare la sua parentela con il nome dell’antica città egizia di Tentyris,[10] il maggiore centro tantrico mediterraneo, pur collegato a una precedente civiltà iniziatrice, nell’oceano Indiano, o nei mari del Sud. I tantrismi indiano ed egizio sarebbero quindi fioriti sullo stesso tronco. Gli egizi votavano un culto a una «terra ancestrale» del sud-est, il paese di Punt[11], arcipelago enigmatico, frammento di un insieme continentale dislocato che continuava fino all’Insulindia.

L’egittologo François Daumas, nostro maestro di geroglifici, si consacrò allo studio in situ del tempio di Denderah.

 

La grande dea Hathor: raggio cosmico e le sue metamorfosi

L’antica Tentyris[12] sorgeva nell’Alto Egitto. Il culto di Hathor[13] si era impiantato prima di Menes e le leggende locali facevano ancora allusione a un’origine sud-orientale. Hathor era nata nel paese di Punt. In altri termini, la forza cosmica che personificava, era stata captata in seno a questo arcipelago scomparso, o presso le sorgenti del Nilo, o in Somalia. Esso ha dovuto essere una testa di ponte per l’India. Una civiltà di razza ‘color del rame’, di tipo indiano, vi è forse vissuta, molto prima di Menes e vi avrebbe generato l’Egitto. Al suo declino, questi popoli discesero il Nilo. Tuttavia, prima di questo Egitto «indiano», dovette esistere un Egitto berbero o un Egitto di tipo sumero, a pelle chiara. Il paese di Punt costituì l’irraggiungibile paese degli spettri, cioè dei doppi degli antenati. Per tutto il periodo storico, i faraoni cercarono di ritrovare il paese di Punt.

La patria di Hathor lascia intravedere un denominatore comune tra le culture egizia e indiana. Bisogna riconoscere che il mito di Hathor chiarisce, meglio che non i tantra, la nozione di Shakti, energia divina, «cuore del cielo», da non confondere, come fa la maggior parte degli egittologi, con il sole astronomico Ra[14], che non è altro che l’analogo del sole zodiacale. Come per i messicani, la religione astrosofica si è espressa in una precisa concatenazione di immagini simboliche che si ripercuotono nel corpo umano; in primo luogo vi era Ammon[15], «sole supremo», cuore astratto del cosmo, non localizzabile:

Colui il cui divenire ha iniziato la prima volta, Ammon, che si è prodotto all’inizio senza che il suo mistero fosse conosciuto. Non vi fu Dio prima di lui;
Non vi era altro Dio con lui per dirne la forma;
Non aveva madre per dargli il nome;
Non aveva padre che lo avesse generato e che avesse detto: «sono io»!
Colui che ha formato lui stesso il suo uovo;
Il potente la cui nascita è misteriosa, che ha creato la sua bellezza;
Il Dio divino che è venuto in esistenza da se stesso.
Tutti gli dèi vennero in esistenza, quando egli si fu dato l’inizio. (Citato da F. Daumas).

Ammon è quindi il Dio monoteista assoluto; le altre grandi entità non esistono che in quanto egli esiste. Un altro testo insiste su questa nozione fondamentale: «Tu sei l’unico che ha fatto tutto ciò che esiste, l’uno, che rimane l’unico, che ha fatto gli esseri».

Akhenaton, presunto inventore del monoteismo, non farà che parafrasare gli inni ad Ammon, quando dirà del suo dio solare Aton: «Tu non cessi di trarre milioni di forme da te stesso, permanendo nella tua unità».

Il suo sole era il sole astronomico Aton, globo che ci illumina, che ci distribuisce la vitalità, ma che non «trae alcuna forma da se stesso»…

I tibetani e i Chimu[16], popoli delle montagne, avevano personificato il cuore del cielo sotto il segno del Leone zodiacale (Sfinge)[17]. Sarà opportuno ricordare che le altissime montagne sono delle frontiere terra-cosmo, punti di contatto del «globo-spazio». Se alcuni culti felini sono stati presenti in queste due religioni delle montagne, è che una forza cosmica, trasmessa dal Leone, vi provocò dei fenomeni ben palesi. Le leggende dell’Himalaya descrivono enigmatiche danzatrici celesti, le Dâkinî[18] che gravitano intorno alle cime, provocando le tempeste, le valanghe e le cadute degli alpinisti. Quest’ultima superstizione ci riporta alla memoria lo strano aneddoto che ci raccontò a Lione il nostro vecchio amico Fantgauthier, che vi diresse per molti anni un centro di spiritismo. Operava preferibilmente in privato, con medium che formava egli stesso e le sedute avevano luogo di notte. Dopo essere caduto in trance, il medium, quasi sempre femminile, perdeva ben presto coscienza e si lasciava possedere dall’entità complessa rappresentata dall’anima di un trapassato. Un giorno evocò l’ombra di un alpinista lionese morto sull’Himalaya qualche settimana prima. Si trattava proprio di quell’ombra? Con voce quasi maschile, il medium rivelò il messaggio-testamento del trapassato: «Hathor mi ha ucciso!» Questa dea terribile ricorda una Dâkinî che l’iconografia tibetana rappresenta come una «donna angelicata» portante maschera di leonessa. Maschera che qui assume valore astrologico: le danzatrici celesti sono energie cosmiche trasformate in entità pensanti collegate alla costellazione del Leone. Il totemismo del gatto, proprio agli Chimu, si spiega con una zoolatria ma fu certamente anche simbolo di astrologia o astrodinamica. Forse i felini sono il risultato di una mutazione.

Dopo Ammon e Ammon-Ra veniva Ra, cuore concentrico inferiore successivo, che si era materializzato nel concetto di Aton, globo, disco. Siamo passati dall’assoluto all’universo multidimensionale per arrivare al nostro universo solare tridimensionale. Questa scala di cuori concentrici si rifletterebbe sul cuore umano attraverso il chakra del cuore. Egizi e messicani giunsero a stabilire un rapporto di ordine psico-biologico tra il cuore del cielo e il cuore dell’uomo. Nel periodo della decadenza messicana i sacerdoti strappavano il cuore delle vittime umane e lo offrivano al cielo.

Il mito di Hathor è quindi fenomeno di natura metafisica e astrologica. La dea si identificava a un raggio cosmico dell’assoluto sprigionatosi dalla fronte[19] di Ammon-Ra, raccolto dalla costellazione del Leone. In questo primo tempo riveste il volto terrifico di Sekhmet[20], dea portante maschera di leonessa. Sekhmet è la dea del deserto orientale di Nubia: «i suoi occhi gettano fiamme, il suo respiro brucia; è assetata di sangue», dicono i testi; e la sua interferenza negli affari umani non apporta che flagelli. L’allegoria significa che, sotto la sua forma cosmica primordiale, il raggio divino non può essere sopportato dall’umanità. Se accelera il processo psicologico, è nel senso della vita, ma anche nel senso della morte. L’ambivalenza è totale, quantomeno in apparenza. Il raggio biologico che si sprigiona dal cosmo sublimerà la cellula sana, ma cancerizzerà la cellula degenerata. Dea della guerra, Sekhmet presiede alla vitalità sanguigna, assorbe – alla stregua di divina vampira – la quintessenza del sangue bevuto; dea del destino e protettrice della tradizione, ella provoca, impoverendone il sangue, la degenerescenza dei popoli che hanno privilegiato la sovversione. Di fatto, l’Egitto vide degenerare intorno a sé molteplici nazioni aggressive mentre esso solcava i millenni senza declino biologico, caso unico negli annali umani.

Ma Sekhmet, Madre terribile, è tuttavia la grande datrice di vita e, a questo titolo, regnò sulla grande confraternita dei sacerdoti guaritori di Menfi. Rappresentava la loro banca del sangue. Questi medici paralleli curavano il malato attraverso l’imposizione delle mani; durante le manipolazioni, trasmettevano il misterioso fluido “sa”, sangue fluido, dono della dea, che consentiva al malato di guarire. In un secondo stadio, la sanguinaria Sekhmet, sotto l’influenza di Venere, diveniva una forza erotizzante che si integrava all’àither[21].

Gli egizi chiamavano dio Shu[22] lo stato vibratorio intermedio tra spirito e materia. Gli egittologi lo hanno confuso con l’aria. Su un disegno egizio si vede Shu separante il dio Terra dalla dea Cielo. Questa figurazione di sapore naïf esprime un profondo concetto ermetico. Cioè che gli egizi sapevano alchemizzare, e quindi intervenire sull’essenza della materia, per portarla a perfezione.

L’anima veniva raffigurata con il simbolo di un uccello a testa umana, il ba, allusione al volo e al suono. L’ipotesi che si facevano dell’anima era astratta: l’anima immortale, essenza e «fonte» dell’essere terrestre era vibrazione di ultrasuoni. E veniva captata dal chakra della gola. Molte mummie hanno la bocca aperta, stimando gli egizi appunto che il ba abbandonasse il corpo attraverso la bocca.

Una leggenda spiegava questa seconda metamorfosi di Hathor. Thot[23] e Shu placarono la crudele Sekhmet. Calmatone il furore, si lasciò ammansire, cambiò volto e divenne la dolce Bast (Bastet)[24], dalla maschera di gatta, dea dell’erotismo. Le venne dedicato un tempio a Denderah, e prese il nome di cuore del cielo. L’Egitto diventava il trono del Leone e del cosmo tutto.

L’intervento di Thot nelle ultime metamorfosi della dea Hathor lascia supporre una effettiva partecipazione della sapienza egizia a questa grande opera di intercettazione dell’energia cosmica. Forse senza questo intervento non avrebbe potuto essere umanizzata. Come tanti altri, il nostro globo non avrebbe conosciuto apocalissi. Il raggio biologico allo stato primordiale non avrebbe provocato che mutazioni accelerate nelle specie più resistenti, ed estinzioni a catena nelle specie declinanti. Doveva essere addomesticato.

Quando Hathor divenne Bast-la-gatta e si fuse con l’uomo, prese a irraggiare l’erotismo, altra forza divina, cosmica, che sublimava la sessualità.

La mitologia della dea dai tre volti: Hathor, Sekhmet e Bast, si riassumeva in un simbolismo dei colori. Celeste e non manifestata, portava un abito azzurro cielo. Trasformata in raggio biologico, si vestiva di verde, colore della linfa; questo raggio biologico venne denominato raggio verde. Poi si vestì di rosso, colore del sangue (il raggio verde diviene rosso nei polmoni e nel cuore); ma anche colore della passione e della gelosia. Tra vitalità sanguigna e vitalità erotica, esiste una stretta parentela, e gli egizi distinguevano a fatica Sekhmet da Bast.

Essendosi fusa con l’essenza della materia, la dea si fuse anche con il tellurismo, fluido infernale del sottosuolo, e si vestì di nero. Ecco perché le statue di Sekhmet sono state talvolta tagliate nella pietra nera. Giunta alla fine della metamorfosi, dopo aver preso possesso del globo, quando la signora del cielo sarà divenuta anche la signora degli inferi, i sacerdoti la soprannomineranno la dea dal volto nero. In India, è la stessa simbologia dei colori: Kali significa «la nera».

 

La dialettica della coppia

La regina Hatchepsut e il sacerdote Hapuseneb: coppia tantrica

La qualità tantrica è latente in ogni fase della metamorfosi dell’energia divina. Dietro ad Hathor si colloca perennemente la sua «fonte», Ammon, l’Immutabile Mascolino.

Quando la grande regina Hatchepsut[25] (XVIII dinastia) assunse il potere faraonico, regnò virilmente in accordo a questo mito: effettivamente era l’energia divina di Ammon. L’Immutabile Mascolino si manifestava e irraggiava dal suo psichismo. L’esempio è unico. Il suo immenso impero si estendeva dall’Africa all’Asia anteriore, alle isole greche. Il suo regno non fu devastato da guerre o da torbidi. Regnò con il volto pacificato di Bast. Il suo straordinario magnetismo attraeva eroticamente i principi vassalli siriani. Ne suggeva per osmosi l’eccesso di energia: tutti erano presi di lei.

Osserviamo che l’umanizzazione della dea non era stata incidentale o casuale. La sapienza, Thot, si incarnò in Hapuseneb[26], gran sacerdote che della regina fu il catalizzatore e il contrappeso. è l’eminenza grigia di Hatchepsut, con cui formò coppia tantrica ideale. Alla morte del gran sacerdote, scioltasi la coppia tantrica, il mito della grande regina si sfaldò. Allora riprese vita la feroce Sekhmet, incarnata da Thutmosis III, che maturava la vocazione di monaco. E che fu uno dei due Napoleoni egizi, con Ramsete II.

La migliore traduzione del termine tantra è dualità nell’unità. Ma esso può anche proiettarsi, con la sua bipolarità, nell’uomo solo o nella donna sola, se questo essere ha realizzato in sé l’androginato[27]. In ciò risiede il mistero più profondo del tantrismo.

Esiste in India una figurazione che rappresenta Shiva-Dio sotto forma di signore mezzo uomo e mezzo donna, con il nome di Ardhânarîsvara. Questo Shiva androgino è uomo a destra e donna a sinistra. Non è ermafrodito, e non riflette decadenza etnica, come i cambiamenti di sesso attuali.

 

L’Immutabile Mascolino e l’Eterno Femminino

Secondo l’indologo Lavastine, l’androginia mistica di Shiva si accompagna a una sorta di bilanciamento, talché il polo maschile prevale talvolta sul polo femminile, e viceversa. Sul piano metafisico delle forze, questo gioco della legge shivaita imprimerebbe la sua oscillazione ai destini del mondo. Vi sarebbero quindi nell’universo dei periodi di assenza o di concentrazione maschile, seguiti da periodi di presenza o di espansione femminile. L’assenza cosmica, concentrazione maschile in cui nessuna fecondazione si opera, coinciderebbe con una atonia delle civiltà dominanti e con la loro decadenza. I rinascimenti e i declini sono sempre stati fenomeni influenzati dal cosmo.

Tra il VI secolo e il nostro anno zero, sono apparsi: in Cina, Lao Tze; in India, Buddha; in Iran, Zoroastro; in Grecia, Solone, Socrate, Platone e Pitagora; in Asia minore, Apollonio di Tyana (che secondo alcuni sarebbe uno dei fondatori del cristianesimo); in Palestina, Gesù (esistettero diversi personaggi che portarono questo nome, tutti riformatori dal destino tragico, come testimoniano gli annali rabbinici). Shiva, il seme divino, avrebbe fecondato l’intero pianeta nel corso di questo semi-millennio, durante il quale regnarono la pace e l’unità romane. In India, ringiovanita dagli aria, e stimolata dal buddhismo, fioriva una letteratura influenzata dal sanscrito. In Cina, Kung ‘Wu ‘Ti, un illetterato, figlio di un contadino e soldato di fortuna, fondava la dinastia degli Han. In America centrale e in Messico, si assisteva all’apogeo dei maya.

Sarebbe ovviamente imprudente ricavare da queste coincidenze dei sistemi rigidi o dei calcoli di probabilità. L’astrosofia è scienza complessa.

Ma alla fine dei periodi di atonia o di decadenza, riappare sempre la Shakti: il raggio cosmico penetra allora negli schermi geocentrici delle ideologie, delle religioni trasgredite, delle scienze pervertite. Le tempeste cosmiche si ripercuotono a livello di sismi e di guerre sul tellurismo, energia non ancora ben conosciuta, che vivifica la crosta terrestre. Poi, Shakti, femmina, suscita in seno all’àither nuove fonti di ispirazione e Shiva sparge il suo seme attraverso di lei.

Se il dio, nella sua femminilità agente, si identifica piuttosto a un flagello che non a una provvidenza, il fatto non è mai negativo. Egli si accanisce sulle religioni spompate, sulle anime morte, sulle intelligenze sterilizzate e i cuori nostalgici che si parano a schermare l’avvenire: egli dissolve i dèmoni generati dalle passioni egoiste e dai falsi miti. Ogni volta la civiltà rinnova il patto con l’eredità spirituale. La verità è stata data in principio. Nel XV secolo, quando bruciavano ancora i roghi dell’Inquisizione, l’Italia riscopre l’antichità greco-romana. Nel XIX secolo, mentre Napoleone forgia nel sangue un’anima all’Europa, Champollion matura la vocazione di decifrare i geroglifici: da quel momento, l’Europa assume a poco a poco coscienza di una Verità rimossa o repressa, più antica della Bibbia.

Un mito, sorta di drammaturgia cosmica, si ripercuote perennemente lungo lo Zodiaco. E quanto più sarà intensa la pulsione per l’avvenire, tanto più acquisterà spessore la pulsione per il passato.

Il nostro tempo, più apocalittico di altre fini di civiltà, subisce non soltanto la morte di Dio ma anche il rientro sulla scena, anche se discreto, dell’Eterno Femminino. Dalla fine della seconda guerra mondiale, che già si poneva sotto il segno di Kâlî per la metafisica del sangue, la degenerescenza e l’impoverimento biologico ha esteso i suoi guasti tra i giovani generando, per compensazione, l’erotomania, l’ossessione del sesso. L’essere la cui vitalità sanguigna si deteriora sotto l’effetto della febbrile vita moderna, tenta disperatamente di tornare alla natura, prelevando in altri corpi la vitalità erotica. L’erotismo ringiovanisce l’organismo ma quando si corrompe o degenera produce l’invecchiamento anticipato. Noi viviamo spiritualmente dell’apporto della filosofia greca e del cristianesimo. Ma i giovani ritengono che un’esperienza non vissuta sia inutile, se non falsa. È stato Socrate a trarre dai misteri lo yoga greco, ma per seppellirlo nella dialettica. Il ciclo aperto da Socrate continua con Jean-Paul Sartre. Quanto al cristianesimo e al buddhismo, nati nella stessa epoca, agonizzano visibilmente. Oggi si riscontra ovunque l’azione corrosiva della dea. Che sterilizza la cultura e le arti; ma per contro l’archeologia d’avanguardia ritrova gli dèi delle origini, i creatori della bimillenaria civiltà mondiale.

Jean Louis Bernard

 


Note:

[1]Brahmâ l’assoluto non manifestato; Shiva, il distruttore delle religioni spiritualmente morte; Vishnu, il conservatore della tradizione primordiale.

[2]Târâ, «colei che libera», «donna celeste». [N.d.T.]

[3]Lama: monaco tibetano.

[4]Bardo Thödol, il Libro tibetano dei morti, prefazione Umberto M. Dini, Athanor, Roma 1974 (ristampa anastatica). Bardo, termine tibetano, è formato da bar (fra) e do (due) e significa «fra i due», «stato tra due stati», «stato intermedio»[N.d.T.]

[5]Bhagavad Gîtâ, a cura di Anne-Marie Esnoul, traduzione di Bianca Candian, Adelphi, Milano 1976, pp. 34-36[N.d.T.]

[6]La Shakti può assumere il volto di Kâlî la sanguinaria in quanto collegata all’uomo attraverso il sangue, energia universale.

[7]Dal significato di tantra (radice tan)« trattato», «esposizione» si ricava per estensione «ciò che ha proceduto», «ciò che è venuto giù», e si è voluto con ciò esprimere che il tantrismo sia un’estensione o sviluppo ulteriore degli insegnamenti tradizionali originariamente racchiusi nei Veda, i Brâhmana, le Upanishad e i Purâna fino a rivendicare la dignità di un «quinto Veda». Si dichiara inoltre che solo le tecniche basate sulla Shakti (shakti-sâdhana)sono adatte ed efficaci durante l’odierna «età del ferro»; tutte le altre sarebbero impotenti quanto una serpe privata del suo veleno. (Julius Evola, Lo yoga della potenza. Saggio sui Tantra, Mediterranee, Roma 1968, pp. 9-10). [N d.T.]

[8]Kundalini: serpente divino e quindi serpente cosmico.

[9]Anaconda: boa americano.

[10]Tentyris: nome greco per Ta-en-tarert, capitale del VI nomo dell’Alto Egitto, l’odierna Denderah. [N.d.T.]

[11]Punt: paese del sud-est dell’Egitto. Il suo nome non si ricollegherebbe ai fenici, «gli uomini rossi», Poeni (a Cartagine) che i greci tradussero in Foìnikesda foìni (rosso), il rubedo degli alchimisti, il Leone rosso, la pietra filosofale? Poeni si richiama anche a Puanit, «il paese di Punt». (Cfr. J.-L. Bernard, Il fuoco e la piramide, traduzione di Dina Riva, Moizzi, Milano 1977, p. 72 e passim.). Ma se Punt fosse un «ponte» fonetico per il «Grande Punto» metafisico, unità ineffabile, espresso dal sanscrito Parabindu che si dispiega in forme distinte (i testi parlano dello «scoppiare» del punto)? La teoria dei mantra a carattere puramente metafisico si ricollega ad altre correnti antiche, anche in margine al cristianesimo alessandrino, alla dottrina del Logos. Shiva e Shakti sono suono e verbo «pensiero vivente» e immaginazione magica da cui deriva tutta la manifestazione. La scienza dei mantra (secondo mistero) è il risveglio della «parola vivente», i poteri della «natura naturante», i logòi spermatikòi della metafisica greca, le «lettere di luce» della cabala, le claviculae della speculazione magica medievale, e suscita la stessa qualità di varia, «diamante folgore» anche nel corpo. (Cfr. Evola, Lo yoga della potenza, op. cit., p. 146 e passim.). Tra l’altro bindu letteralmente «punto» nel linguaggio cifrato tantrico, può anche designare il seme maschile (idem, p. 278). [N.d.T.]

[12]Tentyris: «città della dea».

[13]Hathor, letteralmente Hat-Hor, «la dimora di Horus». Hor sta per «il falcone, l’uccello che più di ogni altro pennuto sa spingersi nell’infinito degli orizzonti». Hat significa anche «fronte». E la dea viene identificata all’occhio di Horus. (Cfr. Bernard, Il fuoco e la piramide, op. cit., pp. 120-22). In una successiva metamorfosi, tocca il cuore del cielo; nasce l’Egitto e la Sfinge, eHathor diverrà Sekhmet, la leonessa (idem, p. 131). [N.d.T.]

[14]Ra significa in senso letterale aura, irraggiamento, e quindi per traslato sole astronomico.

[15]Ammon (Amon), non agente, «dimora-degli-dèi» cosmica, diviene Ammon-Ra (Sfinge o Leone zodiacale) cuore del cielo. Rileviamo che alcune lingue, il cinese e l’egizio antico attestano una omologia di significati tra la parola che significa «pensiero» e «cuore» (Cfr. Evola, op. cit., p. 111). [N.d.T.]

[16]I Chimu furono i predecessori degli Inca nelle Ande.

[17]Secondo i greci, la Sfinge nacque sui monti dell’Etiopia.

[18]Dâkinî e Yoginî, con Pârvatî, Umâ, Lakshîmî, Gaura sono varietà «luminose» e benefiche della Shakti, mentre Kâlî, Durgâ, Bhairavi e Camundi ne esprimono il carattere oscuro e terrifico. Shakti (radice shak) significa: essere capace di fare, avere la forza di fare, di agire; e pertanto esprime il concetto di «potenza» [N.d.T.]

[19]Il chakra della chiaroveggenza.

[20]L’omologa egizia di Kâlî. Il nome di Sekhmet (grafia egizia, altra grafia è Sakhmis) svelerebbe nella sua stessa etimologia il senso e il ruolo dell’Egitto. Scomponendo il nome Sekhmet si ottiene «s, geroglifico della piccola benda (con significato di: legame), Khem (l’Egitto), mit (il centro). Ne deriva che la dea con la maschera di leonessa rappresenterebbe il legame dell’Egitto con il centro, sottinteso, del cielo». (Cfr. J.-L. Bernard, Il fuoco e la piramide, op. cit.,p. 131). [N.d.T.]

[21]àither: essenza della materia terrestre.

[22]Shu: stato vibratorio intermedio tra spirito e materia.

[23]Thot, dio della sapienza egizia. Pseudo-divinità lunare, è il reggente della stella polare. «A proposito di questo nume, il cui vocabolo richiama una vocalizzazione runica (ricordiamo che Thot in egiziano suona: Dzekut) si possono avanzare sconcertanti paralleli. Presso gli antichi scandinavi, la divinità della stella polare si chiamava Tjuth. è lecito supporre che gli stessi appellativi di Zeus e Deus abbiano una comune origine etimologica» (Cfr. Il fuoco e la piramide, op. cit., p. 130). [N.d.T.]

[24]Bast (Bastet) presiede alla vitalità erotica.

[25]Hatchepsut significa «dimora della sommità».

[26]Hapuseneb, sta per signore della salute. Dall’egizio senep, «salute».

[27]Abbiamo volutamente tradotto androgynat con «androginato» e non «androginia», stimando che l’autore voglia insistere soprattutto su una sorta di sacerdozio, di rito, di disciplina dell’anima-animustale da fare acquisire al tantrika l’androginia, l’aurea apprebensio dell’uomo rigenerato. [N.d.T.]

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