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La zattera della Medusa – A.Conti

di Alessandro Conti

La Zattera della Medusa - Thèodore Gèricault


DEDICA

Dedico questo mio scritto al mio amato mentore Mario Krejis e agli amici della Fratellanza Ermetica, con i quali condivido il più nobile dei sentimenti umani, l’amore per il bene sincero.

 

Premessa

Ho voluto prendere spunto dal titolo di un’opera d’arte del grande pittore ottocentesco Thèodore Gèricault (1791-1824) per parlare del dramma nell’ uomo. Vorrei trattare non solo l’aspetto filosofico e morale ma anche l’evento escatologico (nel senso intenso del fine). Non è mia intenzione affrontare questo tema in modo troppo analitico per evitare di cadere nella trappola della retorica intellettuale.
Essendo già ampiamente approfondito l’aspetto estetico dell’opera d’arte in questione ed il suo profondo significato tematico mi limiterò a cogliere la poetica del suo significato, percorrendo in modo riflessivo ciò che ha suscitato quest’opera in me, da sempre. Ho sempre ammirato Gèricault come artista sin dai tempi in cui studiavo all’Accademia delle Belle Arti di Catania. Il valore della sua pittura, in palese contrasto con lo stile neoclassico e napoleonico (tipico della pittura di David, in cui le figure eroiche ed i miti erano il soggetto principale di ogni espressione artistica), si evince prorompente per la schiettezza e la crudezza, per la nettezza del suo significato, spogliato di quel senso di esaltazione figurativa di tendenza manieristica. La Zattera Della Medusa è un’opera forte, intensa e spietata nella sua nudità semantica, ispirata nel suo insieme formale alla forza del segno con cui Michelangelo dipingeva i suoi soggetti. Anche sull’uso della luce e dei colori, che richiamano in qualche modo lo stile pittorico del Caravaggio, l’effetto scenico ci appare come un palcoscenico in cui lo spettatore è partecipe della stessa rappresentazione. In questo scenario d’angoscia osservando attentamente i soggetti raffigurati si ha la sensazione precisa di essere coinvolti in ogni parte del dipinto. Non esiste nel dipinto, a mio parere, un solo centro narrante, perché ogni angolo del dipinto ha una sua storia che si coglie in un insieme poetico e drammatico. Si possono notare, con un po’ di attenzione, che le figure centrali e più evidenti formano delle piramidi i cui cardini, segnati dai gesti, sembrano indicare i vertici.
Anche qui in queste geometrie sceniche il riferimento ad un significante esoterico appare non trascurabile.
Tuttavia, mi sono ispirato a quest’opera avvertendo in me come dei rimandi di echi lontani, perduti o forse smarriti, di storie vissute e dimenticate, richiamati tutti nella mia memoria prepotentemente (ambientazioni tematiche che qualche tempo addietro erano poco osservate).

 

La storia, in breve.

Il soggetto pittorico è legato alle vicende realmente accadute ad una nave della marina francese naufragata in pieno oceano Atlantico vicino all’Africa nel 1816. Questo tristissimo episodio (probabilmente non unico nel suo genere) narra di passeggeri abbandonati su di una zattera al loro destino dall’equipaggio della nave, salvatosi invece con le scialuppe, indifferenti, a discapito dei malcapitati. Il nome della nave è quello di “Medusa”, nome davvero fatale. Medusa, una delle Gorgoni della mitologia greca, bella e affascinate ma perfida, seduceva gli uomini e li trasformava in pietra.
Proprio questa perfidia così insidiosa, così subdola, rappresenta il denominatore comune tra gli uomini e forse la natura stessa (uomini naufraghi in un mare di ipocrite passioni). Lunghissimi giorni hanno scandito la clessidra della morte, decimando i malcapitati. Erano centocinquanta e ne rimasero quindici. Tristi racconti dei pochi sopravvissuti narrarono di eventi terrificanti, di cannibalismo, di stenti, di pazzia. Ma l’uomo, quell’uomo che fu ed è ancora oggi capace di cose grandiose, qui, in questo frammento di spazio senza tempo, narrato con pochi colori, diventa, spogliato della sua maschera, il solo protagonista di sé. L’uomo, abbandonato alla sua crudezza, svela in questo episodio il bestiale che c’è in lui, la cui origine è forse risalente all’oscurità della sua anima negletta, sprofondata nell’abisso del divenire, avvinghiata nelle spire serpentine del tempo. L’uomo della zattera dai mille volti, i cui aspetti umani raffigurati vanno dal vecchio pensieroso e rassegnato al giovane che spera nella salvezza, agitandosi nel tentativo estremo di fare segnali ad una nave vista all’orizzonte, nonché ai corpi abbandonati privi di vita (cornici tragiche di un’arena i cui combattimenti sono costretti a lottare, per la salvezza, senza alcuna tregua). Tre momenti, tre volti dello stesso poema drammatico così caro agli antichi greci. La speranza, ultima a morire?

 

Il Pensiero.

Molte sono le volte in cui si è abituati a riflettere per cose che sembrano importanti, come quelle che riguardano le scelte difficili. Scelte impossibili, scelte di dolore, scelte di piacere. Ma tutte queste scelte non si affidano al solo ragionamento, perché sovente il paradosso che nasce tra una scelta giusta di un uomo a discapito di quella di un altro passa per un uso frequente che si fa del fine, inteso come di fatto e di comodo personale. Ma queste scelte ci abbandonano ad un laconico ed insoddisfacente dilemma, la cui soluzione è sempre svantaggiosa per la controparte. Quali sono le scelte opportune per affrontare l’imprevisto? Qual è il parametro che l’uomo usa per misurare la propria e la vita altrui? Qual è il fine dell’opportunità stessa, se non un difficilissimo ed insensato agire. La mente senziente smette di ragionare, arresta il suo farraginoso modo di esaminare i pensieri e cede lo scettro del comando ad un istinto arcaico. La disperazione, che satura ogni meandro della mente, che distrugge ogni riferimento al finto buon senso, diventa un tiranno, tiranno despota e cinico. Anche le scelte più truci, come quelle del cannibalismo, hanno radici arcane, radici lontane, sperdute. La natura bestiale, che necessita anche in casi estremi di atti spaventosi per giustificare la vita, sopravanza con forza su ogni cosa, senza dignità, come un avversario sanguinario il cui obiettivo è la vittoria a qualunque costo. Ed è qui che il limite tra l’uomo civile e l’uomo animale scompare, lasciando privi di barriere le terre sconfinate della vita senza orizzonti, in cui il selvaggio si fa strada e la bestialità non si confonde!

 

Chi è l’Avversario.

Chiamiamo per facilità avversario o, in questo caso, avversità. Elemento che distrugge ogni forma, che annienta, che dilania la carne e lacera l’anima, avente lo scopo di affermare un diritto che non è scritto da nessuna parte. La brama di vittoria è più forte del suo stesso esistere, la natura sconosciuta è in contrapposizione ad ogni scelta che non sia la sua. L’uomo saggio fermenta lentamente le sue scelte, maturando l’idea che la morte in sé è anche un’opportunità, la fine di ogni cosa, amara conclusione, è il sollievo del nulla e niente più. Ma se da un lato quest’uomo maturo, come quello raffigurato seduto nella parte bassa della zattera in atteggiamento da pensatore appare indifferente agli eventi, anche a quelli positivi come la salvezza vicina, sembra lontano da qualunque stimolo, essendo vicino alla fine, dall’altro lato il giovane rappresenta il divenire. Ciò si evince per la sua foga nello sventolare brandelli di stoffe spinto dall’entusiasmo di vivere ancora, dando forza a tutte le sue ultime energie, affinché la salvezza diventi concreta. Questa dicotomia, espressa magnificamente nel dipinto “la Zattera Della Medusa” di Gèricault, lascia un sapore di amaro in bocca. Sensazione che provarono i detrattori del pittore francese quando videro per la prima volta nella mostra a Parigi quest’opera. Questa scena del dipinto che spinge in alto verso la luce alcuni naufraghi al contrario di altri, non rassegnati e posti in basso , in cui sono raffigurati corpi morenti ed un vecchio pensieroso suggerisce una riflessione sul significato stesso di salvezza. Questi ultimi, immersi nella penombra, al tramonto di una vita che non c’è più, hanno pari dignità dinanzi alla verità, il cui segno tangibile è espresso chiaramente e indistintamente nei soggetti della scena facenti parte tutti di quel racconto epico della vita/morte. Dualità vita/morte. La stessa dualità con la quale l’uomo sente di essere diviso, di essere immerso tra due forze che lo strattonano da una parte e dall’altra. Un uomo che ha perduto la centralità, la bellezza, al cospetto di un’effimera esistenza. Ma questa sua dualità esprime un sentire la propria consapevolezza, anche se quest’ultima è limitata soltanto alla sua esperienza. Vita e morte annullati dall’indifferenza e dal distacco da ogni ragionamento, da ogni evento, qualunque esso sia, perché ogni speranza ed ogni pensiero sono frutto di un’illusione. E’ nella stessa illusione di sopravvivere e perire che si matura un’idea misteriosa, al contrario della senescenza che solitamente si aggrappa disperatamente ogni istante alla vita. L’avversario (frutto marcio di scelte antiche) accompagna la condanna mortale della caduta dell’uomo adamico. Adamo, ispessimento greve di una materica e mefitica vitalità. Non ha senso l’esistenza dell’avversario, almeno secondo i ragionamenti con cui la scienza umana ci ha abituati a fare, come non ha senso l’esistenza in sé così come comunemente le religioni intendono. E’ la mente che dà un significato alle cose, la cui percezione spesso non è poi così chiara. Il suo sentire è demandato a schemi, i cui protocolli cambiando…. alla fine rimangono gli stessi. Ma la rassegnazione condanna, mentre l’illusione di una salvezza, che non esisterebbe, è una condanna forse assai peggiore. E’ soltanto paura, paura di conoscere le cose e di vedere come è la vita, di come è fatto l’uomo dentro e fuori, imbruttito ed abbrutito. Paura che ha spaventato tutti guardando il quadro. Perché parlare agli uomini di come sono le cose fa male, abituati a nutrire speranze e sogni per cose che sono non vere. Ma anche l’avversario dell’uomo è un’illusione, l’illusione di vivere tra il male ed il bene e di scegliere sempre la parte giusta. La parte giusta. Questa incapacità dell’uomo di sentirsi unico e non diviso è la condanna peggiore. Molti sono stati i tentativi di definire la parte divisa, il diavolo, l’avversario, l’intruso. Religioni, filosofi, scienziati, hanno tentato tutti di percorrere il sentiero che porta all’infinito, in altre parole, oltre i limiti del sapere umano.
Recita il presentatore della serie televisiva “ai confini della realtà”: tra il baratro oscuro dell’ignoto e le vette luminose del sapere. Ma il diavolo, o in qualunque modo s’ intenda chiamarlo, fa paura.
Egli rappresenta quella forza incontrastata che agisce in opposizione a qualunque cosa tenda a ricondurlo ad un limite o a controllarlo. La sua natura è potente ma pur sempre finita. Il famoso serpente che seduce Eva è sostanzialmente la forza della natura stessa deviata, perversa, decaduta.
Gli antichi sciamani Toltechi chiamano l’avversario “Il Volador”, ovvero, colui che vola. Il Volador è una figura stravagante, bizzarra ma intelligente, tanto da modificare la sua forma cangiante secondo le strategie che egli sceglie, aventi l’obiettivo di abbattere l’esile volontà umana e soggiogarla. Figura perfida. Rappresentante forse la stessa perfidia, capace di prediligere strumenti impensabili, anche quelli meno immaginabili e ipotizzabili dalla mente umana. Gli scienziati moderni amano definire l’avversario in tanti modi, gli uni spesso in contrasto con gli altri. La psicoanalisi non giustifica la presenza dell’avversario, pensando ad esso come un elemento deviato dell’energia repressa, limitandosi a restringere il campo delle ipotesi all’esistenza sotto forma di pulsioni istintuali (energie esistenziali legate all’essere vivente). La questione pulsionale, che in parte trova un certo consenso anche in altri pensieri scientifici, sembra arrestarsi davanti ad un limite evidente, alla cui domanda è difficile rispondere: è possibile stabilire una definitiva e comprovata origine omogenea di tale stato? A questa domanda molti studiosi hanno contribuito in maniera diversa, senza mai arrivare ad una definitiva conclusione. Le pulsioni si muovono all’interno di un apparato psichico dinamico, sotto forma di energie, detto inconscio. Quindi, limitare l’inconscio soltanto ad un serbatoio di energie, spesso compresse, mi sembra restrittivo. Lo stesso Jung è andato oltre affermando l’ipotesi di un inconscio esteso ad archetipi collettivi. Questo passo in avanti ha spinto l’idea di inconscio oltre la psiche umana, legata all’individuo umano, ipotizzando un contenitore metafisico in cui la sede di questo processo psico-fisiologico risiede. A questo punto entriamo in un ambito senza confini precisi, oltrepassando le barricate poste sia dalla scienza sia dalle religioni, con i propri dogmi. Parlare di inconscio collettivo rimanda ad una riflessione sull’anima e sulla sua natura. Qui anche la psicologia e la psicoanalisi sembrano brancolare nel buio, sostenendo idee troppo diverse fra loro per affermare scientificamente che la metafisica è un ambito non epistemologico. Così frettolosamente i discepoli di Freud hanno preferito rifugiarsi nelle teorie razionali, come Adler, Lacan, Deleuze. Essi hanno scelto la via del Logos, della ragione discorsiva in cui trovare sul piano teoretico la via d’uscita. Troppo comodo? Certo, anche Popper avvertiva un certo imbarazzo quando enunciava nel suo trattato di filosofia più importante “Falsificazionismo del processo scientifico” l’affermazione (in aperto contrasto con i neopositivisti guidati da Wittgeinstein) secondo cui la metafisica non è irragionevole, semmai non scientifica. Tornando all’avversario, come tema co-centrale di questo saggio, si può andare oltre le semplici emerite citazioni, iniziando a parlare in un altro linguaggio, quello per esempio che viene dall’insegnamento antichissimo dell’Ermetismo. Secondo l’antica tradizione Ermetica questa forza avversa alla ragione è imputabile al Seth egizio. Ritornando indietro nell’argomento si è analizzato tra mito e scienza, l’ipotesi sulla natura e origine di questo elemento dividente, avversario, o diavolo che sia, presupponendo ragioni spesso troppo differenti fra loro. La caduta di Adamo, oltre come simbolo mitologico, rappresenta in sé un frammento storico di cui si è quasi perduto il significato. Attribuire una morale religiosa legata ad un’interpretazione troppo poco convincente, secondo cui il tema del peccato originale è la chiave dell’origine di ogni male, sembra confondere e rendere perplessi.
Prendere alla lettera il mito simbolico di Adamo pensando al peccato originale come pena che l’uomo si porta sin dalla sua nascita è in palese contraddizione, con ciò che il cristianesimo intende col termine anima appunto. Questa trasmissione del peccato da uomo ad uomo è in antitesi con la formazione/nascita dell’anima umana, elemento unico del dono divino. Ciò comporta un modo di pensare a questo evento come antecedente alla nascita dell’anima stessa, essendo quest’ultima nata con l’uomo come dono divino. Quindi anime nuove ed un’unica possibilità di redenzione, altrimenti l’inferno!
Ma a questo punto mi viene spontanea una domanda: come è stato veicolato il peccato all’uomo nuovo? L’Ermetismo suggerisce invece un altro sentiero da percorrere, facendo attenzione a non inciampare nel dogmatismo, sotto tutte le forme con cui si manifesta. Il peccato originale è nel suo significato l’origine della divisione universale. Le parti che si sono condensate maggiormente sono precipitate (il senso del termine precipitate non deve essere interpretato come intende la fisica o la chimica) in stati e strati ispessiti sempre maggiori, sino a diventare materia concreta. Via via, da questa condensazione materica la forma è divenuta atto e come suggerisce Aristotele nel trattato di Metafisica: la Potenza unita all’atto si chiama Sinolo (unione). Quindi, si può dire che l’origine del Sinolo sia in potenza l’atto. Questa divisione contiene l’unicità. E’ un’aporia? No. E’ in tal senso che si giustifica il divino nell’uomo! Il divino sepolto negli inferi abissali… dell’inconscio? La mitologia egizia ci racconta di Osiride ucciso e smembrato da Seth, rinato per mezzo di Iside. Occorre riflettere su questo passo. Chi è il diavolo? \ Diavolo deriva da Diabolus in latino e a sua volta dal greco Διαβαλλω (diabàllo). Ma il diavolo, demonio o δαιμονιον (daimònion, che in greco significa appartenente agli dei) è un angelo caduto (o meglio decaduto, il cui senso è di decadimento della materia in senso alchemico). La natura quindi del diavolo è divina. Quindi l’avversario ha origine divine, si perdoni il rozzo sillogismo. A questo punto si potrebbe dire che la ragione di una tale riflessione conduca inevitabilmente ad ammettere una serie di conclusioni che inducono a pensare bene un punto fermo, che l’avversario non è un estraneo (come pensano per esempio gli sciamani).
Esso non è un estraneo, è ciò che si deduce. Estraneo è ciò che non appartiene, ciò che si identifica al di fuori di ciò che non lo contiene. Ma l’errore iniziale di pensarlo come estraneo è riconducibile alla cattiva traduzione dell’elemento avversario come forza oppositrice, la cui origine, forse sconosciuta agli sciamani, non è assimilabile alle qualità divine dell’uomo e quindi di contrasto. L’Ermetismo insegna che la forza di opposizione è determinata in virtù di qualità semantiche precise, trascendenti lo stesso contesto fattuale, operanti uno squilibrio finalistico. Non è a caso che l’oppositore si rafforza quando la mente dell’uomo è fragile, quando i conflitti interiori diventano dissidi. Questo contrasto interiore è in misura di una precisa condizione dell’uomo, crescente nei soggetti particolari il cui disagio interiore è maggiore in relazione al trascorso storico animico. L’Uomo Storico.

 

L’Uomo Storico.

L’Ermetismo crede nella trasmigrazione delle anime, alla loro reincarnazione. Non nel senso come comunemente si suole intendere, pensando agli esempi che provengono dai soggetti che credono di essere stati Cesare o Napoleone. Mi sembra chiaro che tali esempi si addicono più a patologie della mente che all’Ermetismo! Parlare di Uomo Storico non è semplice, occorre soltanto, per il momento, affermare che esso è l’involucro storico-esperienziale con cui l’anima è rivestita. L’abito dell’anima è quindi l’Uomo Storico, elemento sintetico di esperienze, nient’altro. Comprendere quindi il senso dell’avversario esige comprendere l’Uomo Storico, come elemento di un logos sconosciuto che si manifesta per mezzo anche dell’ energia disponibile, l’avversario, o in casi eccezionali di aperture mistiche e trascendentali. Le esperienze emozionali vissute nelle trascorse incarnazioni si tramandano per mezzo dell’Uomo Storico. Ma questo linguaggio non verbale, la cui semantica spesso è confusa con patologie della psichiatria la cui eziologia è risibile, trasmette attraverso forti sensazioni le emozioni irrisolute, ovvero, atti, mancanti soluzioni, di una vita che è stata e che a differenza del Karma buddista (che immagina un destino prestabilito e difficilmente risolubile) tende sempre a manifestare un anelito alla soluzione in quella successiva. Ma per comprendere meglio cosa si intenda con il termine Uomo Storico si dovrebbe approfondire in altra sede, leggendo gli scritti dei Kremmerz o di Krejis. Molte delle patologie della mente sono imputabili agli squilibri interiori dell’Uomo Storico. I risvolti sociali di persone instabili interiormente drammatici ed imprevisti hanno pressappoco un’origine comune. Comprendere le ragioni di scelte nella vita non è facile, spesso se non si ha chiaro il senso di tali motivazioni. Ogni istante della vita umana è accompagnato da pensieri contrastanti, ripensamenti e modificazioni del comportamento, come guidati da un marionettaio invisibile e subdolo, confuso con l’avversario. Ma l’avversario non può opporsi alla legge dell’Uomo Storico, perché anch’egli ne è succube. Esiste un aspetto soteriologico in cui si afferma il diritto di riscatto da questa condizione di predominanza interiorizzata, in cui col sacrificio delle sofferenze si caustificano le ferite aperte nell’anima. Quel sacrificio che i cristiani annunciano, confondendolo il più delle volte con un perverso masochismo egoico nascosto dentro un involucro di apparenze mistiche, dà nella compassione stessa del dolore quella consapevolezza di uno stato in cui l’uomo antico è precipitato, lontano dalla sua interezza universale. Ed è in questo compito ingrato che l’avversario svolge il suo ruolo preminente, contrastare l’uomo nel tentativo di fargli crescere il senso del sé. Soltanto in una vera sofferenza si conosce la gioia ed il bene. Se non vi fosse il male e il dolore oscuro, come quello delle tenebre dell’ignoranza, l’uomo non conoscerebbe mai il senso della bellezza della luce.

 

L’escatologia.

Risultato finale di questo excursus filosofico è il riscatto. Riscatto dell’uomo volgare da una condizione di disperazione poco conosciuta. Il fine ultimo della sua esistenza rinchiuso in un vaso contenente criptici segni, recanti frammenti di un’esistenza oltre il tempo. Occasione che l’uomo nella sua esistenza non riesce a saper cogliere e che spesso lascia dietro di sé, per effetto di un’ignoranza ancestrale. Sepolto nelle sue contraddizioni, che lo dilaniano come una belva inferocita, l’uomo è prigioniero di un involucro che non lo protegge, perché il pericolo non è fuori di ciò ma dentro, dentro la sua prigione senza sbarre e confini. La sua finitezza si oppone come ostacolo, come farebbe appunto l’avversario opponendosi, limitando la visione delle cose ad un percepito vissuto in modo orizzontale. Ma il soccorso dall’alto, cui spesso fa l’uomo riferimento durante le sue rare invocazioni d’aiuto all’invisibile, non cessa mai di sostenerlo, soccorso ripagato da un tradimento continuo all’insegna di un bieco narcisismo. Così anche quell’amore impudico, prosaico e voluttuoso, porta seco una radice profonda, che l’uomo ha smarrito, perduto. Recuperare quest’amore non è facile compito. Nelle due figure principali, sostenute e rafforzate simbolicamente da altri soggetti intenti a svolgere due “mansioni diverse”, è racchiuso il messaggio dell’autore del dipinto. Un povero vecchio rassegnato pensa (forse al qui ed ora), mentre l’altro giovane si agita.
Una vita trascorsa rispetto ad una vita da trascorrere ancora. Nuovamente questa dualità si fa strada tra i miei pensieri, richiamando nel senso stesso del messaggio dell’opera d’arte l’interesse spregiudicato dell’arte stessa, come riscatto effimero di un’esaltazione liberatoria dall’amara esistenza (Baudelaire). La “prigione romantica” è luogo ideale in cui gli scrittori e poeti francesi ispirati dall’angoscia, e dal dolore, designavano nella clausura dell’anima nel corpo umano, forse seguendo gli insegnamenti gnostici, il limite esistenziale da oltrepassare. Limite da cui gli stimoli dell’immaginazione proiettavano quel sentimento d’amore frustrato, nel tentativo di abbattere le barriere e i confini dei pregiudizi stessi. Ma quest’amore poetico e lirico, trasmesso attraverso anche la forma dipinta, conduce ad un unico obiettivo, monito eterno di giustezza e gloria? Saprà l’uomo riscattarsi per le sue pene, col pallore del suo volto, al cospetto di dio?

 

Alessandro Conti

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